L’incontro fra Maria e la cugina Elisabetta, tema noto come la Visitazione, si risolve nel tenero abbraccio presentato in primo piano: una lieve stretta che fonde le due persone, in pieno contrasto con l’ambiente circostante, dominato da una simmetria piuttosto rigida e da una certa staticità compositiva.
La scena è ambientata in un prato verde chiaro e si staglia sullo sfondo di una città murata, dal carattere vagamente esotico, evidenziato dalla presenza di alcuni palmizi, di personaggi con il turbante e di tappeti variopinti esposti sulle logge dell’edificio principale. Sulla sinistra troviamo Giuseppe, seduto su un tronco d’albero, intento a osservare l’incontro fra le due donne, con un atteggiamento più concentrato rispetto al cliché che lo vuole distante e malinconico. La scatola scenica è inoltre costellata da una serie di animali simbolici: il coniglio allusivo alla verginità di Maria; il cervo per indicare il desiderio di conoscere la divinità; il pappagallo rosso a significare il mistero dell’Incarnazione, elemento centrale dell’episodio della Visitazione.
L’opera faceva parte di un ciclo dedicato alla vita di Maria, realizzato nei primi anni del Cinquecento per la modesta Scuola di Santa Maria e di San Gallo degli Albanesi presso San Maurizio a Venezia.
Si deve esser trattato di un lavoro poco redditizio, vista la limitata disponibilità economica della committenza e la mediocre qualità del risultato. La Visitazione è infatti considerata opera di bottega, anche se recentemente Linda Borean ha tentato di rivendicare la completa autografia del dipinto. Gli argomenti a sostegno, tuttavia, non sono stati pienamente condivisi dagli studiosi che hanno rilevato nell’opera una sostanziale disorganicità, una mancanza di fusione fra i vari elementi, derivanti da modelli eterogenei. La figura di Giuseppe pare infatti desunta da un disegno di Carpaccio ora conservato presso l’Università di Princeton; gli edifici dall’album di disegni di Jacopo Bellini del British Museum di Londra; i palmizi da Lazzaro Bastiani. Tali spunti iconografici non sono tuttavia in grado di costituire un discorso figurativo strutturato, confermando i dubbi sulla piena autografia dell’opera.
Il dipinto è stato custodito per molto tempo nel deposito della Commenda di Malta, in seguito alle soppressioni napoleoniche. Qui rimase per quasi vent’anni, senza telaio, fino al 1840 quando fu lasciato al Museo Correr.
La mancanza del telaio è stata all’origine di numerosi danni, per le erronee piegature e gli urti subiti dalla tela, cui si è rimediato con l’applicazione di un nuovo telaio e di una nuova foderatura durante un restauro del 1956. Si è rivelato comunque necessario un ultimo intervento, finalizzato alla manutenzione estetica: ferme restando le precedenti fodere e il telaio, è stata quindi eseguita una nuova pulitura, che ha fatto riguadagnare al dipinto la giusta luminosità.
E’ stata inoltre effettuata la reintegrazione pittorica, attraverso la collaudata tecnica del rigatino, che ha restituito all’immagine una più corretta leggibilità.
Redazione Restituzioni
