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    Torna a dal Tesoro di San Marco

    Vaso diatrete

    Data: fine del VI – inizi del VII secolo
    Artista: Manifattura protobizantina (?)
    Tecnica/Materiale: vetro  
    Dimensioni: 26,2 x 20,8 x 9,8 cm
    Provenienza: Ignota
    Collocazione: Venezia, Basilica di San Marco, Tesoro (inv. 121)
    Edizione: dal Tesoro di San Marco
    Autore scheda in catalogo: Maurizia De Min
    Restauro: Corinna Mattiello
    Ente di Tutela: Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto

    Vasa diatreta, antichi oggetti di lusso. Vetri leggeri e fragili, avvolti da un fine ricamo a traforo di ricercatissima fattura. Erano suntuose coppe da libagioni; o lucerne appese al soffitto, e il riverbero ne esaltava l’elegante disegno dell’intaglio

    Scheda breve

    Il vaso, a forma di secchiello troncoconico, è in vetro trasparente verde pallido e ha un manico in rame dorato munito di gancio di sospensione. Il labbro superiore del vaso è decorato a trattini. Lungo il corpo si svolge un’elegante decorazione che, nella parte superiore, consiste in un fregio figurato con scena di caccia: cavalieri al galoppo, vestiti di tunica, mantello svolazzante e alti calzari, scagliano le loro lance verso grossi felini in fuga su cui balzano i cani; la scena è divisa in due parti da un alberello. Le figure si susseguono senza stacco, creando un movimentato ricamo, in netto contrasto con la regolarità della gabbia a rete nella parte inferiore del vaso: essa è composta da quattro file concentriche di maglie circolari, unite tra loro da elementi geometrici.

     

    Il secchiello rientra in una delle produzioni più pregiate dell’arte vetraria di età romana e tardoantica, quella dei vasa diatreta. Il termine (dal greco diatretos, “traforato”) si riferisce a una serie di recipienti caratterizzati da una particolare e raffinata decorazione a traforo, ottenuta mediante un paziente lavoro di intaglio e molatura di una forma grezza a pareti spesse, soffiata entro stampo; la decorazione appare completamente staccata dal corpo del vaso, a cui rimane collegata mediante brevi ponticelli risparmiati dall’intaglio. A esercitare questa difficile tecnica erano artigiani altamente specializzati, i diatretarii, che lavoravano in botteghe vetrarie qualificate in produzioni di lusso. I diatreti erano manufatti di prestigio che per il loro alto costo erano rivolti a una clientela ristretta e facoltosa legata alle corti aristocratiche; erano destinati ai servizi da banchetto, oppure – e potrebbe essere il caso del nostro esemplare – erano forse utilizzati come lampade a sospensione. Vasi di tale fattura sono stati rinvenuti in diverse regioni dell’Impero e la loro realizzazione si sviluppò già dalla fine del I secolo a.C., per diffondersi soprattutto nel corso del III e IV secolo, ma anche oltre.

    La peculiarità del nostro secchiello, attribuibile al periodo più tardo, consiste nella duplice decorazione, sia figurata che a gabbia, laddove gli esemplari tardoantichi presentavano o l’uno o l’altro tipo di ornamento. Quanto alla datazione, sono vari gli aspetti che inducono a inquadrarlo in una fase avanzata, spinta fino al VI secolo e all’inizio del VII (la sfumatura verdognola del vetro, mentre i pezzi antichi sono generalmente incolori; un maggiore spessore del vetro e un minore distacco della decorazione a traforo dalle pareti; l’accentuata stilizzazione e la durezza dell’intaglio delle figure). Più difficile è definire la provenienza del diatrete. Si ipotizza che l’opera,legata a una committenza d’ambito imperiale, sia stata realizzata da officine di Bisanzio: lo stile dell’intaglio, infatti, ricorda lavori bizantini del VI e dell’inizio del VII secolo in argento, che gli abili maestri vetrai si esercitavano a imitare. Il vaso sarebbe quindi  giunto a Venezia dopo la presa di Costantinopoli nel 1204, entrando a fare parte del Tesoro della Basilica di San Marco.

     

    Il manufatto presentava un diffuso offuscamento, dovuto a depositi di polvere e di sporco eterogeneo. Si è proceduto a una delicata pulitura, vista la fragilità della decorazione, con tamponi di cotone imbevuti di solventi organici, acqua deionizzata e tensioattivo.

    Il manico è stato pulito dalle sostanze grasse e cerose e dai prodotti di corrosione del rame. All’interno di una sottile fessurazione, che si estendeva per circa 15 cm dall’orlo lungo il corpo, è stata fatta colare una resina incolore molto fluida, per evitare che l’incrinatura si prolungasse.

     

    Redazione Restituzioni

    Le fasi del restauro

    Prima
    Prima

    Prima del restauro

    Durante
    Durante

    Particolare durante il restauro

    Particolare durante il restauro

    Particolare durante il restauro

    Dopo
    Dopo

    Dopo il restauro

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