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    Torna a Monza. Undici lastre in marmo dal Duomo. 1999

    Undici lastre dell'abside maggiore del Duomo di Monza

    Data: seconda metà del XIV secolo
    Artista: Matteo da Campione (attivo dal 1350-1360 – morto nel 1396)
    Tecnica/Materiale: marmo
    Dimensioni: varie
    Provenienza: Monza
    Collocazione: Museo e Tesoro del Duomo di Monza
    Edizione: Monza. Undici lastre in marmo dal Duomo. 1999
    Restauro: Cinzia Parnigoni
    Ente di Tutela: Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Milano, Bergamo, Como, Lecco, Lodi, Monza, Pavia, Sondrio e Varese

    Del resto, che cosa fa nei chiostri, dove i frati stanno leggendo l’Officio, quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? O i feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigri? O i soldati nella pugna? O i cacciatori con le tube? Si possono vedere molti corpi sotto un’unica testa e viceversa molte teste sopra un unico corpo. Da una parte si scorge un quadrupede con coda di serpente, dall’altra un pesce con testa di quadrupede. Lì una bestia ha l’aspetto del cavallo e trascina posteriormente una mezza capra, qui un animale cornuto ha il posteriore di cavallo. Insomma appare dappertutto una così grande e così strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intiera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio. O Signore, se non ci vergnogniamo di queste bamboccerie, perché almeno non ci rincresce delle spese? Bernardo da Chiaravalle, PL 182

    Scheda breve

    Il 31 maggio del 1300 l’arciprete Avvocato degli Avvocati avviò solennemente la ricostruzione della basilica di Monza, fondata e intitolata a San Giovanni Battista dalla regina dei Longobardi Teodelinda alle soglie del VII secolo. Se la scelta dell’anno – quello del primo Giubileo – evidenzia lo storico legame tra Monza e la Roma di Bonifacio VIII, la scelta del luogo rientra per i Visconti, che della rifondazione furono i finanziatori, nei progetti di radicamento politico e religioso in Lombardia successivi alla vittoria di Desio. La battaglia segnò, infatti, la fine della lotta per il potere sulla città di Milano, ma il resto del territorio era ancora molto frazionato e difficile da controllare. Al fine di consolidare la comunità monzese intorno ai nuovi padroni, i Visconti rilanciarono il ruolo della basilica di San Giovanni Battista e delle sue reliquie: in dichiarata rottura con la decadenza a cui – a detta loro – l’avevano costretta i rivali Della Torre e in ideale continuità con il regno dei Longobardi, dei quali si presentavano come i legittimi successori. A contribuire alla ricostruzione fu chiamata tutta la cittadinanza, stimolata nel proprio orgoglio civico alla riscoperta dell’antico culto anche con alcuni gesti significativi da parte dei Visconti, come la restituzione alla cattedrale del Tesoro sottratto dai Della Torre.

     

    La costruzione avvenne in due fasi. Tra il 1300 e il 1346 fu costruita la chiesa a tre navate, con breve transetto, cappella maggiore (abside) a terminazione piana, copertura con volte a crociera nella parte orientale, ‘a capriate’ a vista nella parte occidentale. La facciata ‘a vento’ – ovvero più alta rispetto al tetto della chiesa, com’era tipico nell’architettura gotica lombarda del periodo –, era tripartita e rivestita da un paramento a fasce di pietre bianche e nere. Nonostante le aumentate dimensioni, la basilica si dimostrò ben presto insufficiente per i bisogni della comunità e se ne decise un ampliamento con l’aggiunta di due serie di cappelle lungo i fianchi delle navate esteriori. La facciata dovette necessariamente essere ripensata e il progetto venne affidato a Matteo da Campione che lo portò avanti fino alla morte, documentata al 1396 da un’iscrizione funebre inserita nel muro esterno della cappella absidale del Rosario, laddove l’artista – segno del grande rispetto in cui era tenuto dalla comunità – fu seppellito.

     

    Matteo era uno di quei “maestri campionesi”, artigiani della pietra che, organizzati in corporazioni, tanta parte ebbero nella decorazione di molti degli edifici costruiti in Italia Settentrionale tra la metà del XII e il XIV secolo. Nel Duomo di Monza, rispettando la bicromia della precedente impostazione, egli seppe mirabilmente coniugare antico e nuove tendenze architettoniche. Per le aumentate dimensioni dell’edificio, la facciata è articolata in cinque campate – o partiture – definiti da sei contrafforti. Nella campata centrale domina un rosone a sedici spicchi, riquadrato da una cornice a formelle traforate con protomi umane, leonine e foliate. Le stesse formelle compongono, sopra il rosone, un cassettonato rettangolare. Rosoni analoghi, ma di dimensioni più piccole, decorano la parte superiore di ogni partitura. Sormontano ciascun contrafforte, sei edicole il cui basamento è decorato con lastre a traforo.

    La facciata subì nel corso del tempo numerosi rimaneggiamenti ed è pertanto difficile ricostruirne esattamente la complessa decorazione così com’era stata progettata da Matteo da Campione. Nel 1577, ad esempio, vengono reimpiegate sulla parete esterna dell’abside maggiore undici lastre che in origine dovevano essere collocate nei basamenti delle edicole.

     

    Si tratta delle undici lastre restaurate nell'ambito di Restituzioni. Realizzate per essere disposte in linea e per una visione dal basso, le lastre si possono stilisticamente dividere in due gruppi: un primo gruppo molto affine a quant’altro – benché poco – si conosce della produzione di Matteo da Campione, e un secondo gruppo assai arcaizzante per tipi e stile, sicuramente opera di qualche collaboratore o forse addirittura da riferire alla prima versione della facciata, ciò che confermerebbe la già richiamata abilità del maestro campionese nel coniugare antico e nuovo.

    Nel 1997, all’avvio dei lavori di restauro, le lastre si presentavano in un pessimo stato di conservazione – per l’azione dilavante delle piogge, per l’inquinamento, per i piccioni, dai quali non erano mai state adeguatamente protette, per l’attacco di colonie di microflora – con profonde fessurazioni, microfratture ovunque, pezzi di modanatura completamente staccati, fratture anche molto estese. Data la difficoltà di intervenire direttamente sulla parete, le lastre, dopo il recupero dei frammenti pericolanti e una velinatura, sono state smurate e trasportate in laboratorio. Qui il restauro è proseguito con il riassemblaggio dei frammenti – con perni in acciaio inossidabile per i più grandi –, la rimozione dei depositi, la pulitura con microsabbiatrice, per concludersi con le stuccature finali, fatte con polvere di marmo e ritoccate ad acquerello. Nell’impossibilità di trovare adeguati sistemi che garantissero la protezione e un’adeguata conservazione dei pezzi, le lastre non sono state ricollocate sulle pareti del coro ma sostituite da copie realizzate con la tecnica del calco.

     

     

    Redazione Restituzioni

    Le fasi del restauro

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    Lastra con motivo decorativo geometrico, 71x65x10 cm

    Lastra con sirena bicaudata, 74,5x74x5x11 cm

    Lastra con fauno combattente, 72×72,5×11 cm

    Lastra con profeta, 70,5x63x11 cm

    Lastra con santo martire, 70x65x10 cm

    Lastra a doppia specchiatura con san Gerolamo e un profeta, 75x139x10 cm

    Lastra con aquila, simbolo dell’evangelista Giovanni, 75×65,5×13 cm

    Lastra con angelo, simbolo dell’evangelista Matteo, 74,5x71x12 cm

    Lastra con toro, simbolo dell’evangelista Luca, 71x65x11 cm

    Lastra con leone, simbolo dell’evangelista Marco, 71×74,5×11 cm

    Lastra con profeta, 75x70x11,5 cm

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