Il trono e il coro, già nella chiesa di San Domenico di Andria e oggi in cattedrale, benché vistosamente rimaneggiati, costituiscono una rara e preziosa testimonianza per la Puglia di arredo ligneo databile ancora al XV secolo. I manufatti sono riferiti tradizionalmente a Francesco II del Balzo, terzo duca di Andria e signore di Irsina, valoroso condottiero-feudatario tra i maggiori capitani, insieme alla moglie Sancia, del Regno di Napoli, una delle signorie più illuminate dell’Italia meridionale del primo Rinascimento, tuttavia non esistono documenti attestanti l’epoca di costruzione, le maestranze e la stessa committenza. L’attuale coro è una macchina lignea moderna in cui sono reimpiegati elementi originari dell’antico manufatto dei predicatori come gli intagli geometrici dei postergali e i mostri fantastici dei divisori degli stalli; il trono, probabilmente la cathedra dedicata all’autorità laica, isolato e utilizzato come seggio episcopale, è anch’esso l’esito del reimpiego di elementi originari con altri moderni.
Il restauro realizzato in occasione di Restituzioni ha consentito di distinguerne le parti costitutive e di percepire una sorta di progressione stilistica e verosimilmente cronologica, da un lessico ancora tardogotico a un repertorio propriamente rinascimentale. La sua costruzione, avviata probabilmente verso l’ottavo decennio del Quattrocento, fu conclusa – con un’interruzione attestata dallo stesso manufatto – non oltre i primi anni del XVI secolo, certamente a opera di Isabella del Balzo, nipote di Francesco II, consorte di Federico d’Aragona e, dunque, ultima sfortunata regina di Napoli. Alla prima fase dei lavori afferisce ciò che resta della struttura originaria del trono, il postergale, gli intagli geometrici, i pilastrini traforati, i bassorilievi con il ritratto muliebre e con la scimmia che cavalca un basilisco, in stretto riferimento ai polittici lagunari presenti sulle due sponde del “lago Adriatico” fino giù alla Puglia dal XIV a tutto il XV secolo e oltre, ai cori lombardi, ai cori e arredi ecclesiastici monumentali di produzione ‘adriatica’ in capo a Giovanni di Matteo Maltignano di Ascoli, al figlio Paolino e a numerosi soci e collaboratori, diffusi ancora ai primi decenni del Cinquecento tra Marche e Umbria fino alla sponda orientale dell’Adriatico. In particolare le consonanze rilevate con ciò che resta del distrutto coro tolentinate di San Catervo (1472) di Giovanni di Matteo schiavone di Kvar/Lesina, dove compare lo stemma del cardinale Latino Orsini, parente dei duchi di Andria e per lungo tempo attivo con incarichi di prestigio in Puglia (1439-1477), suggeriscono nel potente prelato romano un possibile tramite per l’individuazione delle maestranze operose ad Andria. Al completamento o a un aggiornamento in senso rinascimentale sono da riferire le citazioni ‘antiquarie’, i delfini con le code a terminazione fogliare, i basilischi, i putti, i mostri dei divisori, l’arpia sul bracciolo, prossimi ai grifi e alle chimere antropomorfi dei cori di Sant’Agostino a Pesaro (1475- 1510 circa), di San Domenico a Perugia (1476), di Santa Maria in Organo a Verona (1494-1498), che ritorneranno anche in più tardi cori pugliesi. Carattere di vera rarità riveste l’inserto dei due rilievi a mezzo busto, plausibile rappresentazione dei due committenti. In particolare l’altorilievo raffigurante un condottiero abbigliato all’‘eroica’, improntato nella forte tensione espressiva all’umanesimo patavino e ferrarese, rinvia alle corti settentrionali, segnatamente Ferrara e Mantova, con le quali Isabella del Balzo mantenne rapporti assai stretti, non solamente in ragione dei vincoli di parentela.
