La ricchezza cromatica rivelata dal restauro condotto in occasione di Restituzioni rende a questo trittico, proveniente dalla chiesa di San Domenico Maggiore, il giusto risalto nel corpus delle opere di Angiolillo Arcuccio, un maestro ‘minore’, documentato come pittore e miniatore a Napoli e in alcuni importanti centri dell’entroterra campano fra il 1464 e il 1492. La sua fisionomia venne definita da Raffaello Causa che in un saggio del 1950 dimostrò l’inattendibilità dell’esistenza di un mitico Angiolillo Roccaderame, creato da Bernardo De Dominici nelle sue Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani (1742-1745) e ancora tradizionalmente considerato una personalità distinta da quella di Arcuccio.
Alle sporadiche citazioni del pittore nell’ambito di studi più vasti è seguita una serrata riconsiderazione della sua attività con ulteriori attribuzioni da parte di Pierluigi Leone de Castris (1997). Di recente il suo ruolo ben più incisivo nel campo della miniatura è stato approfondito da Gennaro Toscano (in studi del 1995, 1998, 2001), mentre è del 2014 un studio monografico di Maria Rosaria Ruggiero.
Nato probabilmente intorno al 1430, Angiolillo si formò tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, nel clima della capitale aragonese al momento del trapasso dal regno di Alfonso a quello di Ferrante, in quel giro degli artisti iberici presenti allora in città che contribuivano a diffondere la conoscenza di quanto andava realizzando a metà secolo in terra valenzana un pittore di prestigio come Joan Rexach, documentato dal 1437 al 1484 in una serie di sontuosi retabli. Forse dipinti di Rexach potevano essere giunti in quegli anni a Napoli, certo rimanevano ancora vive le suggestioni delle opere prodotte oltre un decennio prima dal valenzano Jaime Baço detto Jacomart, ‘feel familiar’ di Alfonso, attivo a corte in più riprese tra il 1442 e il 1448. Da questo ambiente Angiolillo assimilò quegli elementi di interpretazione un poco ispida e puntuta della cultura fiamminga, tipica in Rexach, che connotarono il suo stile. Inoltre dovette apprezzare quella rilettura dei fiamminghi in chiave iberica espressa nelle miniature del Libro d’Ore di Alfonso d’Aragona, databili al tempo in cui nello scriptorium di Castel Nuovo era presente Alfonso de Cordoba, documentato nel 1455-1456 assieme al napoletano Cola Rapicano che Causa individuò come il probabile maestro di Arcuccio nella miniatura. Questo sostrato valenzano avrebbe in definitiva caratterizzato l’intera sua produzione come mostrano le opere della sua fase iniziale, attorno agli anni Sessanta del Quattrocento, nelle quali sono leggibili, peraltro, ancora cadenze tardogotiche che evocano gli ultimi esiti di Giovanni da Gaeta. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta Angiolillo definì una sua formula pittorica, declinata in una cospicua produzione di tavole e polittici, abitati da santi con volti dai tratti marcati da lumeggiature e Madonne cristallizzate nel bozzolo di vesti riccamente decorate, che incontrerà il favore itadi personaggi di spicco nella corte aragonese e dei rappresentanti degli ordini religiosi. In quel periodo, tra il 1467 e il 1472, era documentato attivo per la corte di Ferrante in Castel Nuovo, dove realizzò affreschi andati perduti, prestando anche la sua opera di doratore e miniatore. Tra i risultati più significativi di quegli anni è il nostro trittico, proveniente da una cappella della chiesa di San Domenico Maggiore intitolata nel Quattrocento alla Madonna delle Grazie, di patronato di un personaggio di spicco nella corte aragonese, il segretario regio Antonello Petrucci che tra il 1465 e il 1470 aveva ristrutturato il suo palazzo ‘all’antica’ a ridosso della chiesa, facendo realizzare anche il nuovo portale. Può essere quindi sostenibile, sulla scorta di quanto affermavano Scipione Volpicella (nella Descrizione storica di alcuni principali edifici della sarebcittà di Napoli, 1850) e Giovanni Battista Chiarini (nelle Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, 1856-1860), che Petrucci avesse in quegli anni commissionato ad Angiolillo il trittico per l’altare della sua cappella, dove venne poi sepolto con il figlio Giovanni dopo essere stato giustiziato per tradimento nel 1487. L’opera vi fu conservata anche quando la cappella divenne di patronato della famiglia Bonito nel 1596. Sul fondo oro del trittico, secondo una scansione consueta si stagliano i personaggi sacri: nello scomparto centrale (Madonna in trono con il Bambino), la Vergine con il Bambino al seno in scorcio accentuato, avvolta in un manto estofado in oro, risalta su un trono con lo schienale a forma di nicchia decorato a lacunari, con calotta a conchiglia, una sorta di quinta architettonica di reminiscenza centro-liana. Nei pannelli laterali (San Giovanni Battista, Sant’Antonio abate) il Battista, con l’indice teso a mostrare il Verbo incarnato, è ispirato a un prototipo di Jacomart, mentre sant’Antonio, intento alla lettura, è accostabile, per la fisionomia e la sottigliezza filiforme nella resa della barba, al San Girolamo della pala degli Ordini di Colantonio. Le tre figure, che mostrano un evidente squilibrio di proporzioni, sono sormontate ciascuna da un coronamento dipinto illusivamente a trafori flamboyants su cui sono dipinte lunette sovrapposte a un fondo di cielo stellato con l’Arcangelo Gabriele e la Vergine annunciata ai lati di un Dio Padre che sostiene e benedice Gesù crocifisso, quasi a prefigurarne il sacrificio. È significativo che questa rappresentazione del tutto insolita del Dio Padre, che sembra non avere alcun riscontro in altre raffigurazioni simili, sia stata modificata probabilmente nel Seicento, quando il crocifisso venne occultato ridipingendovi sopra il globo crucigero. Sempre in San Domenico, il pittore ricevette nel 1471 un’altra importante commissione per un polittico, andato perduto, destinato all’altare del celebre umanista Antonio Beccadelli detto il Panormita, raffigurante una Madonna delle Grazie ‘cum purgatorio’ tra Sant’Agata e Santa Lucia. Il soggetto della Madonna delle Grazie con le anime purganti, vera e propria innovazione nell’iconografia mariana, sarebbe stato elaborato forse per la prima volta proprio dal nostro pittore che lo ripeté in due tavole oggi conservate nel Museo Diocesano di Aversa, nelle quali la Vergine con il figlio al seno sembra quasi incunearsi nella montagna del Purgatorio punteggiata dalle anime penitenti, e ancora in un polittico in Santa Maria la Nova, databile agli anni Ottanta del Quattrocento.
Nel corso degli anni Ottanta Angiolillo, toccato solo superficialmente dalla ‘lezione spaziosa’ del Maestro dei Santi Severino e Sossio, continuò a dispiegare il suo gusto per i particolari preziosi, le perle, le stoffe pregiate riccamente adorne di ricami e damaschi in grandi tavole come l’Annunciazione di Giugliano e quella di Sant’Agata de’ Goti, rutilante macchina d’altare, realizzata con un decorativismo che riconduce alla sua attività di miniatore, e ancora nel complesso e ridondante polittico della collegiata di Somma Vesuviana. Un aggiornamento dell’artista sui modi di Pietro Befulco e Francesco Pagano si manifesta sul finire degli anni Ottanta nella Madonna del melograno e nel Martirio di san Sebastiano, già nel Duomo di Aversa, attualmente nel Museo Diocesano. In queste testimonianze finali è evidente il suo impegno nell’utilizzo della luce per la costruzione delle figure in un tentativo di allinearsi agli sviluppi più moderni della situazione locale.
