Il dipinto rappresenta uno dei momenti più alti dell’attività di Giovanni Domenico Ferretti, ricco di pathos e drammaticità, pur nell’utilizzo di una tavolozza chiara e luminosa dove le luci e le ombre sono modulate con estrema perizia. La composizione si apre allo spettatore in tutta la sua grandiosità attraverso l’ampio gesto del Figlio, la dolorosa dignità della Vergine, la drammatica figura agonizzante di san Giuseppe. In questa opera nulla è immoto: ogni personaggio ha un atteggiamento proprio e unico, ogni espressione è differente dall’altra. L’aria partecipa al movimento gonfiando le vesti del Cristo e della Vergine, i panni che coprono i cherubini, le ali spiegate degli angeli, la coltre che avvolge il corpo di Giuseppe, il denso fumo che fuoriesce dal turibolo. Figlio dell’orafo Antonio di Giovanni da Imola e di Margherita di Domenico Gori, Giovanni Domenico nacque a Firenze, ma esordì nella città paterna, Imola, dove a dieci anni, nel 1702, fu a bottega da Francesco Chiusuri (Imola ?-1729), allievo di Carlo Cignani (1628-1719). Dalle notizie riportate da Francesco Maria Niccolò Gabburri (1676-1742), suo primo biografo, Ferretti, rientrato a Firenze, entrò dapprima nello studio di Tommaso Redi dal quale apprese la teatralità dei gesti, le composizioni serrate, la drammaticità espressiva e, successivamente, di Sebastiano Galeotti dal quale acquisì, invece, una pennellata ampia e fluente, una gamma chiara dei colori, panneggi svolazzanti, cieli luminosi e ariosi, guance carnose e rosee, fronti ampie e spaziose, bocche leggermente socchiuse o a cuore. L’opera in esame è stata oggetto di un restauro integrale nell’ambito del progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo, che ha permesso di recuperare a pieno la godibilità del dipinto. L’opera ha subito un primo intervento di pulitura che ha rivelato delle peculiarità come la tela in un’unica pezza, singolare per un dipinto di tali dimensioni, e le due strisce di tessuto sul retro, apposte dall’artista e agganciate alle traverse con lo scopo di dargli una maggiore stabilità. Liberata la superficie pittorica dal nero del fumo delle candele, dal pulviscolo atmosferico e da uno strato di colla organica, sono emersi un colore luminoso, ricco di passaggi cromatici, e soprattutto la presenza di alcuni pentimenti dell’autore: nel volto della Vergine, inizialmente spostato a destra, accanto a quello di Giuseppe, ma successivamente posizionato in zona centrale, in asse con il volto del Dio Padre; nel pollice della mano destra del Cristo; nella mano destra dell’angelo accanto a Giuseppe, che presenta un cambiamento peculiare della pozione tale da mostrare una decina di dita, indice di un reiterato ripensamento. Delicati, quanto difficoltosi, sono stati lo strip lining e il consolidamento del colore per il quale è stato necessario, anche in considerazione delle dimensioni dell’opera, l’utilizzo del sottovuoto a bassa pressione, operazione assai delicata che ha richiesto grande maestria da parte del restauratore onde evitare lo schiacciamento del manto pittorico.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
