Il manufatto mostra nella parte monocroma bianca un piccolo decoro a occhio di pernice (ossia un reticolo di losanghe contenenti rombi più piccoli). Alle estremità sono presenti due aree decorate ciascuna con tre bande orizzontali a figurazione animale in bianco e blu. Nelle bande di altezza minore si susseguono due diverse coppie di caproni di profilo addossati attorno a due diversi alberelli stilizzati; in quelle maggiori sono visibili coppie affrontate di grandi aquile ad ali spiegate, separate da un alberello sulla cui chioma poggiano coppie di uccellini. Il fondo di tutte le bande presenta ulteriori minuti motivi vegetali ed è punteggiato in blu per effetto della trama supplementare. Il manufatto rientra nella categoria delle cosiddette ‘tovaglie perugine’, una definizione coniata da eruditi e studiosi tra il XIX e il XX secolo, facendo riferimento all’ininterrotta tradizione in ambito umbro di tessiture artigianali in lino o lino e cotone a fondo saia, con bande orizzontali decorate solitamente in blu a motivi animali e vegetali stilizzati. Questi motivi derivavano da antichi pattern tessili già presenti nelle sete italiane del Medioevo e nelle ‘tovaglie perugine’ si erano ormai cristallizzati in formule convenzionali ancora in uso in epoca moderna e contemporanea. Proprio tra Ottocento e Novecento queste produzioni furono oggetto di rinnovata attenzione e di collezionismo. Tra i promotori di questo movimento vi era anche Alice Hallgarten Franchetti, cognata di Giulio Franchetti. Al principio del Novecento la donna fondò a Città di Castello il Laboratorio Tela Umbra con finalità filantropiche per sostenere donne in difficoltà, dove si tessevano ‘tovaglie perugine’ su antichi telai e secondo i disegni tradizionali. È dunque plausibile che le ‘tovaglie perugine’ donate al Museo del Bargello da Franchetti gli fossero pervenute attraverso la cognata, che negli anni stava raccogliendo antichi esemplari nel territorio umbro per il suo progetto pedagogico e assistenziale. La presenza di numerose macchie di natura diversa rilevate in fase di restauro lascia inoltre intendere un uso continuato nel tempo di questa tovaglia prima della sua musealizzazione, in ambiti che potevano corrispondere o meno alla sua funzione originaria. Nonostante la possibile fattura umbra del manufatto del Bargello, la definizione convenzionale di ‘tovaglia perugina’ resta problematica, perché, riferendosi con certezza solo alla sua fase più tarda, non chiarisce le origini ancora molto dibattute di questa tipologia e non rende giustizia alla vastità territoriale di un fenomeno produttivo che andava ben oltre i confini della regione. Attestazioni analoghe infatti sono state rilevate in Toscana, in Veneto, in Friuli Venezia Giulia, nelle valli alpine e, perfino, in Germania e in Ungheria, su un lasso di tempo che spazia dalla prima età moderna all’Otto-Novecento.
Manufatti di questo genere con analoghi partiti ornamentali alle estremità sono documentati per via indiretta almeno dalla fine del XIII secolo in alcune precoci rappresentazioni pittoriche italiane, ma nessun indizio può garantire una loro fattura umbra. È solo dal Quattrocento, tuttavia, che le attestazioni dipinte si fanno più dettagliate, soprattutto in ambito centroitaliano, permettendo di istituire confronti anche puntuali con le iconografie dei manufatti tessili esistenti. Gli esempi si moltiplicano, lasciando immaginare un loro impiego assai diffuso sia in ambito ecclesiastico che nei corredi delle case quattro e cinquecentesche. Basti pensare all’Ultima Cena di Domenico Ghirlandaio (1480) in Ognissanti a Firenze, dove la tovaglia raffigurata reca una bordura azzurra con grifi affrontati attorno a un alberello stilizzato e il fondo delle bande è puntinato proprio come nell’esemplare del Bargello.
