La specchiera è composta da ventidue elementi mistilinei in porcellana bianca che incorniciano lo specchio, arricchiti da volute e fregi che culminano in una cimasa su cui poggiano, in posizione seduta, una figura maschile che abbraccia una fenice e una femminile che molto probabilmente reggeva un parasole, di cui resta un frammento dell’asta. Sulla cornice inferiore, invece, è seduto un fanciullo che con la destra suona un tamburo e con la sinistra regge un parasole e accanto ha una scimmietta. Le figure indossano abiti “alla turca” e su tutta la cornice sono applicati fiori, frutta e tralci di foglie che, come tutti gli altri elementi in rilievo, sono in porcellana dipinta a smalti policromi rosso, verde, viola, giallo, azzurro e marrone, con piccoli tocchi di oro. La specchiera proviene dalla raccolta di Placido de Sangro, duca di Martina, morto nel 1891, donata nel 1911 dall’omonimo nipote, conte dei Marsi. Il duca l’aveva acquistata «a carissimo prezzo in una vendita a Londra», come si legge nel catalogo dell’Esposizione Nazionale delle Belle Arti, tenutasi a Napoli nel 1877, dove la specchiera era stata esposta come opera preziosissima recuperata dal duca; in quella sede veniva identificata come uno dei pochi oggetti di arredo fino ad allora conosciuti che avrebbe fatto parte del famoso salottino di porcellana della regina Maria Amalia, realizzato nella Real Fabbrica di Capodimonte (1743-1759) tra il 1757 e il 1759 per la Reggia di Portici e poi trasferito nel 1866 in quella di Capodimonte. Seppure verbalmente, qualche perplessità sull’attribuzione era stata già da tempo manifestata da Angela Carola Perrotti e alla luce dell’intervento di restauro nell’ambito di Restituzioni si sono rese evidenti chiare dissonanze di stile e di materia ceramica tra la nostra opera e tanta altra produzione certa della manifattura carolina. La specchiera, inoltre, è del tipo da parete, inadatta per essere accolta sulle lastre in porcellana del salottino. Tutti gli studiosi che hanno esaminato la specchiera hanno, comunque, sempre ritenuta erronea la sua destinazione di arredo del salottino della regina e l’hanno spesso confrontata, evidenziandone anche le sottili differenze, con altre cornici di sicura fabbricazione carolina, tra cui una specchiera da tavolo esposta al Museo di Capodimonte, un’altra in collezione privata milanese e ancora una in collezione Bauzá di Madrid. In particolar modo, Paola Giusti ne evidenziava i caratteri diversi dalle altre specchiere, notando come questa «pare piuttosto ispirarsi, nei bei fregi rocaille, alle ornamentazioni dello stile Reggenza e Luigi XV come le si ritrovano, ad esempio, al più alto livello, nelle applicazioni in bronzo dei mobili di Bernard van Risamburgh o di Jacques Dubois […] o nelle boiseries di Nicolas Pineau […] mentre la costruzione aperta, leggerissima ed asimmetrica dei fregi sembra ricordare l’opera grafica del tedesco Johan Michael Hoppenhaupt, i cui disegni per mobili e arredi furono pubblicati in più riprese fra il 1751 e il 1755…» (dal catalogo della mostra Porcellane di Capodimonte. La Real Fabbrica di Capodimonte 1743-1759 che si tenne a Napoli nel 1993). Si concorda con quanto sopra riportato, perché effettivamente lo stile decorativo di questa specchiera deriva da una cultura europea e nello specifico da quel “rococò federiciano” intriso di cultura francese, tipico delle ornamentazioni degli arredi realizzate da Johann August Nahl (1710-1785) nei castelli di Potsdam e di Charlottenburg a Berlino intorno al 1745 e dai suoi successori, i fratelli Johann Christian (1719-1778) e Johann Michael Hoppenhaupt (1709-1755) nel corso dei due decenni successivi. Lo stile di questi ultimi si distingue per l’estrema dilatazione della linea rocaille, arricchito da corolle e fregi intagliati, che accentuano l’alternarsi di spazi vuoti e pieni, creando un risultato di apparente asimmetria. Anche la qualità ceramica della cornice di questa specchiera, venuta alla luce con l’attuale intervenManto di restauro, si discosta dal tono latteo e cremoso della porcellana di Capodimonte e si avvicina molto di più alla pasta bianco ‘ghiaccio’ della porcellana dura di produzione tedesca. Oggetti di questo tipo venivano realizzati per arredare i saloni di rappresentanza o anche le camere di porcellana, ambienti divenuti di gran moda soprattutto in territorio tedesco, dove sono noti quelli delle residenze di Monaco, di Ansbach e del conte Dubsky a Vienna, in cui le consuete boiseries o gli stucchi rococò erano stati sostituiti da intere lastre di porcellana, guarnite di cornici, di fregi e di fiori in rilievo, applicati e montati generalmente con viti metalliche e tasselli lignei. Solo la scimmietta risulta incollata in maniera posticcia, mentre le figurine sono un unico pezzo con l’elemento della cornice e a un primo e immediato confronto richiamano alla mente i numerosi gruppi di cinesini nelle pagode della manifattura di Frankenthal (1755-1799) o il gruppo della famiglia dell’imperatore cinese, della fabbrica di Hoechst (1746-1796), realizzato su modello di Johann Peter Melchior negli anni Sessanta. Tuttavia, confronti più pertinenti si evidenziano soprattutto con alcune statuine di Ludwigsburg (1758-1824), come una coppia di Musicisti cinesi del Minneapolis Institute of Art (invv. 99.219.435.1/2), un Mandarino cinese con fanciullo del Victoria and Albert Museum di Londra (inv. C. 739-1923) e ancor di più con un gruppo raffigurante un Mandarino cinese con due offerenti, passato sul mercato antiquario (Sotheby’s, 22 novembre 2005, lotto 30; Bonhams, 8 ottobre 2014), tutti realizzati su modelli di Joseph Weinmüller (1746-1812) e documentati tra il 1765 e il 1770. Gruppi simili si ritrovano, inoltre, anche in altre collezioni pubbliche e private.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
