Questo formidabile gruppo di sette statue in bronzo dorato, conservate nel museo annesso alla chiesa del Santissimo Nome di Gesù – a cui se ne deve aggiungere un’ottava, raffigurante Santa Teresa d’Avila, non presente in mostra perché già restaurata di recente – è rimasto a lungo sconosciuto. Chiuse in armadi di sagrestia e mai citate nelle guide e nelle fonti, se ne era perduta la memoria fino al loro rinvenimento nel 1922. Le iscrizioni incise sul retro delle basi forniscono dati fondamentali per la ricostruzione della storia di questi piccoli capolavori dimenticati.
Le otto statue sono state realizzate grazie a un legato del padre Cesare Massei, figura eminente della Congregazione dell’Oratorio, di cui fu preposito dal 1683 alla morte. Nel suo testamento lasciava alla chiesa del Gesù, a disposizione del fratello gesuita Giuseppe, 200 scudi per l’altare di Sant’Ignazio e altrettanti per l’altare di San Francesco Saverio allo scopo di realizzare degli ornamenti. Il preposito morì nel dicembre 1687, cosicché l’esecutore testamentario a partire da quella data poté dare seguito alle disposizioni del fratello, aggiungendo altri 200 scudi. Sulle basi delle statue è anche inciso il nome di Ciro Ferri, che, in quanto «inventore», ebbe la responsabilità del progetto e dei disegni degli otto bronzi dorati, ma non solo, perché, come suggerisce il termine «praefuit», presiedette anche alla loro realizzazione, forse modellandone anche i bozzetti in creta, poiché questo era il consueto modo di lavorare dell’artista romano, scultore oltre che pittore. Per quanto concerne la cronologia delle sculture, i lavori, dall’ideazione all’esecuzione, dovettero svolgersi entro i termini circoscritti tra la morte di Cesare Massei nel dicembre 1687, e quindi non prima dell’inizio del 1688, e quella di Ciro Ferri, sopraggiunta il 13 settembre 1689.
Con ogni probabilità la scelta della committenza Massei cadde su Ciro Ferri per almeno un paio di ragioni. In primo luogo l’oratoriano Cesare poteva già conoscere l’artista per averlo visto lavorare al tabernacolo dell’altare maggiore di Santa Maria in Vallicella tra il 1672 e il 1684, tanto da suggerirne il nome al fratello gesuita, suo futuro esecutore testamentario. In secondo luogo è plausibile che Giuseppe Massei avesse già avuto modo di incrociare al Gesù l’artista, che era stato preso in considerazione da padre Giovanni Paolo Oliva, generale della Compagnia, come possibile esecutore della decorazione del Gesù, incarico infine assegnato nel 1672 al genovese Giovanni Battista Gaulli, detto il Baciccio. Sotto il profilo stilistico le statue mostrano un’evidente unitarietà di linguaggio, di rara qualità scultorea, che tende a essere meno limpido solo laddove le vicende storiche e il differente stato di conservazione ne hanno parzialmente modificato l’aspetto. Le prime tre del gruppo, destinate all’altare di Sant’Ignazio nel transetto sinistro assieme a Santa Teresa d’Avila, vale a dire San Francesco Saverio, San Filippo Neri e Sant’Isidoro Agricola, tutti santi, come Ignazio, canonizzati da Gregorio XV il 12 ottobre 1622, mantengono inalterata la qualità ‘coloristica’ delle superfici nel modo di tradurre nel bronzo dorato le differenti materie rappresentate, ossia gli incarnati, i capelli e le barbe, la varietà dei tessuti. Tutti sono colti nell’atteggiamento che li descrive nella loro peculiarità: San Francesco Saverio apre la cotta sul petto per placare il fuoco dell’amore per Dio che gli arde nel cuore, San Filippo Neri estrinseca la sua adorazione ‘attiva’ non solo attraverso il gesto delle mani, giunte nella preghiera, ma anche nell’animato movimento della casula, infine Sant’Isidoro Agricola, di cui esistono studi preparatori, è raffigurato in una bella torsione nell’atto di far scaturire l’acqua dalla terra. Al secondo gruppo di statue, realizzate per l’altare di San Francesco Saverio – San Francesco d’Assisi, San Francesco di Sales, San Francesco di Paola, San Francesco Borgia – è toccata una sorte dissimile, testimoniata in parte dalla presenza sulla base di uno stemma, in parte dagli evidenti rimaneggiamenti delle superfici. All’inizio del 1679 l’allora chierico di camera, ma dal 1686 cardinale, Giovanni Francesco Negroni, originario di Genova e vicino alla Compagnia di Gesù, comunicava a padre Oliva di aver portato a termine la fabbrica della cappella di San Francesco Saverio, di cui aveva assunto il patronato, che continuò a essere arricchita negli arredi fino al 1702, sotto la direzione di Luca Berrettini, nipote di Pietro da Cortona, che vi lavorò almeno dal 1672. Il cardinale fece apporre lo stemma di famiglia alle quattro statue e pagò Pietro Ceci per aggiungere parte di doratura.
Se San Francesco d’Assisi si mostra con la sua doratura originale a mercurio – molto simile a quella delle statue destinate all’altare di Sant’Ignazio e forse già in essere quando intervenne Ceci – uniforme e ben conservata, che interessa anche la base, seppure questa abrasa in più punti, e lo stemma, invece San Francesco di Sales e San Francesco di Paola, oltre ad avere le basi in bronzo con profilature in oro a mercurio e gli stemmi con i tre pali scuri che risaltano sull’oro, esibiscono due diverse tecniche di doratura, che appartengono ad altrettanti momenti in cui i bronzi sono stati rifiniti. All’intervento di Ciro Ferri apparterrebbe la doratura a mercurio della mozzetta e della casula e di alcuni elementi decorativi, come i merletti dei polsini e dell’orlo del rocchetto di San Francesco di Sales e il cordone di San Francesco di Paola, mentre si suppone che a Pietro Ceci si debba l’aggiunta di doratura, eseguita sulle parti in origine lasciate a bronzo con foglia d’oro su preparazione a stucco.
Ingiudicabile, ormai, San Francesco Borgia, che pure ha la base con il bronzo a vista e le profilature in oro a mercurio: l’attuale doratura galvanica azzera ogni possibilità di ulteriori riscontri sulla tecnica esecutiva originale, irrimediabilmente compromessa dall’intervento moderno. Il restauro realizzato nell’ambito di Restituzioni conferma un’unica paternità per tutte le statue e l’omogeneità della serie, preziosa testimonianza dell’attività di Ciro Ferri scultore, degna di affiancare la sua feconda produzione grafica e pittorica.
