La Santa Maria Maddalena costituisce un’importante testimonianza della produzione scultorea a cavaliere tra Quattro e Cinquecento nel territorio bergamasco, segnata dall’opera dell’intagliatore milanese Pietro Bussolo, attivo a Bergamo dal 1490 al 1499 e nel 1525- 1526, ma in relazione con le valli bergamasche anche negli anni 1499-1524, in cui visse prevalentemente a Salò o a Milano. La statua fu realizzata per l’altare della Maddalena nella chiesa del Corpus Domini di Pagliaro, frazione di Algua (Bergamo) in Val Serina, dove le visite pastorali la documentano dal 1536. La realizzazione deve collocarsi tra la conclusione del cantiere della chiesa nel 1494 e il 1507, quando Giulio II sancì il giuspatronato della comunità locale sulla chiesa. L’attribuzione a Bussolo si deve a Raffaele Casciaro che la collocò nella produzione matura dell’intagliatore. Più recentemente, nel 2016, per l’affinità con San Vincenzo e Santo Stefano del Museo della Basilica di Gandino e il più debole Sant’Antonio abate di Serina venne ipotizzata un’esecuzione con il concorso di collaboratori. Il restauro realizzato in occasione di Restituzioni ha confermato l’inquadramento stilistico e cronologico dell’opera grazie al recupero del raffinato dialogo tra i volumi intagliati e il complemento pittorico attraverso il quale prende vita la figura, che ha perso la sorda, mortificante uniformità conferitagli da grevi ridipinture. La Maddalena, realizzata in un tronco di tiglio profondamente scavato nella parte posteriore, è ideata per una visione frontale e dal basso, che rende ragione del gonfiore degli occhi e dello sguardo, come della rigida calotta dei capelli. Nell’ostensione degli attributi (il vaso di unguenti e un più inusuale libro) si configura come oggetto della devozione, indicando al fedele un modello da seguire nella dedizione al Cristo e nell’affidamento a Dio. La santa appare raccolta in una forma chiusa entro cui i gesti sono ritratti e bloccati, ma un lieve avanzamento del piede sinistro (sostituito nel tempo da un goffo rifacimento, rimosso nel restauro), l’impercettibile torsione della testa e il risvolto blu del manto dorato che attraversa la figura sottraggono la figura alla piena frontalità e la animano. Le chiome sinuosamente ricadenti sulle spalle incorniciano e illuminano il volto grazie alla sontuosa applicazione di foglia d’oro, recuperata sotto le pesanti ridipinture brune. Le pieghe del manto riprendono i panneggi cartacei della produzione di Bussolo dell’ultimo ventennio del Quattrocento (dall’ancona di Albino a Salò, a Villa d’Adda) trasformandoli in ampi occhielli definiti da risalti appiattiti in superficie, come si osserva già nella Madonna del polittico di Villa d’Adda. Anche il volto presenta un’indiscutibile affinità con le fisionomie femminili del maestro milanese, esito del dialogo con la cultura bramantesca e zenaliana degli anni Ottanta del Quattrocento. Tuttavia, qui sulla superficie del volto non si incidono i tratti né emerge la struttura ossea, allo stesso modo che in San Vincenzo e Santo Stefano di Gandino, opera di un collaboratore attento a volumi compatti e regolari, a tratti delicati, che le carte suggeriscono di identificare in Donato Prestinari. Allo stesso Prestinari – che è documentato come allievo e collaboratore di Bussolo nel 1501 e che avrà un’importante attività nelle chiese bergamasche durante il primo quarto del Cinquecento – sembra plausibile restituire anche la Maddalena di Pagliaro, condotta in stretta relazione con il maestro.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
