La scultura, inedita, non risulta avere una collocazione specifica; attualmente conservata in un deposito situato nella canonica adiacente la chiesa parrocchiale, viene esposta in occasione della festa di santa Lucia, il 13 dicembre. Raffigura la santa, nata a Siracusa nel 283 da nobile famiglia e martirizzata durante le persecuzioni di Diocleziano nel 304, a figura intera, mentre tiene nella mano destra la palma emblema del martirio e con la sinistra regge il piatto contenente i suoi occhi, attributo che, in considerazione del nome Lucia (da lux, luce), la rende nota alla devozione popolare quale protettrice della vista. Completamente rigessata e ridipinta, con sostanziali modificazioni nel modellato della veste e dei capelli operate già in epoca novecentesca, la scultura è stata liberata dalle integrazioni e riproposta nella fase decorativa intermedia, ascrivibile verosimilmente agli inizi del XIX secolo: questo livello appariva, infatti, discretamente integro e impreziosito dall’argentatura di molti particolari decorativi, mentre il livello di pittura sottostante, benché originario, risultava del tutto lacunoso e irrecuperabile nel suo complesso.
L’abito della santa vuole indicare il prestigio sociale delle sue orogini, attualizzato secondo la moda del momento: i dettagli delle maniche a sbuffo e il corpetto rimandano allo stile di inizio Cinquecento di area tedesca, testimoniando ancora una volta la circolazione di modelli iconografici nelle botteghe artistiche tramite la diffusione delle copie incise da dipinti illustri. La sontuosità dell’abito, mantenuta a inizio Ottocento con l’utilizzo di argento meccato e di lacca di garanza di colore violaceo stesa su lamina metallica in argento a simulazione dell’oro, viene smorzata alla fine del secolo per il cambiamento di gusto e l’irrigidirsi dello spirito religioso: la santa viene dotata di un corpetto ben più castigato e corredato di ampie maniche strette al gomito e la veste assume colorazioni più tenui, sui toni del rosa e del verde salvia con profili dorati a bronzina.
Sulla base di confronti stilistici la scultura è riconducibile a un corpus di opere che Guido Gentile attribuisce alla bottega del Maestro della Messa di San Gregorio, scultore dell’alta Valle di Susa attivo fra l’ultimo quarto del XV e i primi anni del XVI secolo, che deve la sua ormai convenzionale denominazione dal soggetto dell’altarolo di Château Beaulard, purtroppo depauperato delle figure nel 1976. Nel Museo Diocesano d’Arte Sacra segusino sono conservate alcune statue devozionali ascrivibili a questo ambito: la Santa Lucia, proveniente dalla chiesa di San Carlo a Susa, mostra a evidenza una comune origine. Se è vero che le sculture sacre di Quattro e Cinquecento, per i serrati contatti esistenti nello spazio alpino, circolano e si diffondono sull’ampio territorio della Savoia, tuttavia la presenza della statua di manifattura alto valsusina in un’area abbastanza decentrata (Caramagna Piemonte dista pochi chilometri da Racconigi e da Cavallermaggiore e dipende all’arcidiocesi di Torino solo a partire dal 1817) non sembra essere così scontata e potrebbe riferirsi specificatamente al gusto di un committente sabaudo: l’attuale edificio parrocchiale insiste, infatti, sulla chiesa abbaziale di Santa Maria, il cui governo fra 1490 e 1523 è detenuto dall’abate commendatario Urbano di Miolans, signore di Caramagna ma anche abate di San Michele della Chiusa, di San Ramberto in Savoia e vescovo di Dia e Valenza in Francia. Il culto a Lucia in questa chiesa è d’altra parte antico: la quarta cappella a sinistra porta ancora l’intitolazione alla santa e un dipinto murale con la sua effigie insiste sulla parete di controfacciata, in prossimità e continuità stilistica con il ciclo decorativo della cappella adiacente, datato 1607.
