Il dottore della Chiesa è raffigurato come un anziano eremita, in ritiro nel deserto della Calcide. Seminudo, panneggiato in un manto rosso vermiglio, san Girolamo genuflesso si percuote il petto con una pietra e rivolge lo sguardo al Cristo sul crocifisso astile. Su un altare scavato nella roccia sono gli attributi del libro e del teschio; in primo piano a destra è il galero cardinalizio, nella penombra a sinistra il leone, dall’aria sorniona. Il restauro, eseguito in occasione di Restituzioni, ha dato piena leggibilità ai dettagli del personaggio – con l’espressiva testa canuta circondata da un’inedita aureola fiammeggiante –, delle rocce e della verzura e soprattutto del bel paesaggio di ispirazione nordica nello sfondo, popolato di uomini e animali, con il borgo fiabesco e i rilievi montuosi azzurrati. Le indagini riflettografiche hanno rivelato un disegno preparatorio molto accurato, preliminare sia alla figura sia al resto della composizione.
Fin dal primo Seicento le carte d’archivio e la guidistica locale registrano la pala d’altare in una cappella entro la chiesa milanese di San Raffaele e la assegnano al pittore emiliano Camillo Procaccini, trasferitosi in città dal 1587 dopo una precoce carriera a Bologna e nel ducato estense e un possibile viaggio di formazione a Roma.
Trascurata forse a causa della sua scarsa leggibilità, la grande, rara tavola del San Girolamo è stata riconosciuta da Nancy Ward Neilson (1979) come opera ancora giovanile (1595 circa), successiva alla consacrazione dell’artista quale autore di pale d’altare (Martirio di sant’Agnese, 1592, Isola Bella, collezione Borromeo).
La possente articolazione della figura, di derivazione michelangiolesca e tibaldiana e tipica della precedente produzione di Camillo Procaccini, permane nelle opere condotte poco dopo il trasferimento in Lombardia, prima che il suo stile cominci a farsi più compassato, in linea con le nuove tendenze della pittura riformata milanese e la conseguente rinuncia alle licenze manieriste, già riscontrabile nelle ante dell’organo meridionale del duomo (entro il 1595) e nelle quattro tele per San Francesco Grande (entro il 1594, Milano, Pinacoteca di Brera). Perciò la datazione del San Girolamo può forse essere anticipata in tempi più prossimi alla realizzazione per la chiesa di San Raffaele delle tavole di Giovanni Ambrogio Figino (1586 circa), suo principale rivale nella Milano di fine Cinquecento. Il dipinto appartiene infatti alla prima campagna decorativa che interessò l’antica chiesa milanese dopo il suo radicale rinnovamento in età borromaica, alla fine degli anni Settanta del XVI secolo e per iniziativa della Compagnia laica del Santissimo Sacramento. Per ideare la composizione il pittore trasse diversi spunti da due famose pale di identico soggetto in chiese cittadine, in San Giorgio al Palazzo (1545-1546), di Gaudenzio Ferrari e Giovanni Battista Della Cerva, e nel Santuario di Santa Maria presso San Celso (1542-1543), di Callisto Piazza.
