La tavola, proveniente dalla distrutta chiesa veneziana di Santa Maria Nova, fu realizzata probabilmente tra il 1556 e il 1561 per il mercante tedesco residente a Venezia Enrico Helman, titolare del giuspatronato sulla cappella di San Gerolamo e cognato di Giovanni d’Adda, il committente dell’Ecce Homo di Tiziano, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna.
San Gerolamo domina la scena in un violento corpo a corpo con il paesaggio scistoso. Con lo sguardo rivolto al crocifisso si puntella saldamente alla montagna con il braccio sinistro teso, mentre con il destro è in procinto di percuotersi con un sasso con energia a stento trattenuta, in una posa atletica forse ripresa dalla statuaria antica. Oltre al sasso e al crocifisso, l’apparato di attributi che lo caratterizza è composto dai libri, riferibili alla sua attività di commentatore delle Sacre Scritture, appoggiati in bella mostra su una scansia naturale formata dalle rocce, e dal leone, placidamente addormentato ai suoi piedi, noncurante del vento intenso che sferza le chiome degli alberi. Disseminati nell’ambiente sono stati decifrati altri elementi collegabili all’universo simbolico del santo, come la lucertola, allusiva alle tentazioni, la chiocciola, paziente e capace di resistere a lungo senza cibo nel suo guscio come l’asceta all’interno della grotta, l’edera, che rinvia all’albero della croce, e il teschio e la clessidra a rammentare lo scorrere del tempo e la morte. Per la corporatura atletica del santo, in cui sono stati riscontrati echi formali michelangioleschi, il dipinto è stato ascritto alla fase manierista di Tiziano. La critica ha inoltre sottolineato il pathos drammatico della scena e l’interazione tra la figura umana e il paesaggio, che da semplice sfondo diventa la cassa di risonanza del tormento interiore di Gerolamo, similmente a quanto l’artista aveva già sperimentato nella pala di San Pietro Martire della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo (1526-1529). La tavolozza cupa, dalle tonalità terrose è strettamente collegata alla prassi esecutiva adottata in quest’opera. Consistente in una stesura pittorica senza traccia di disegno sottostante, costruita direttamente sulla preparazione solo tramite velature con un medium molto oleoso, a cui sono sovrapposte pennellate corpose per suggerire i volumi o i rialzi luminosi delineati con rapidi colpi di biacca, come nei dettagli sbalorditivi del teschio e della clessidra, per cui è stato evocato il nome di Rembrandt. Di questo capolavoro della maturità di Tiziano, l’intervento di restauro realizzato nell’ambito di Restituzioni ha inteso principalmente ristabilire la tridimensionalità del respiro spaziale e la lettura d’insieme.
