Il dipinto è stato studiato per fare da pendant all’altro dipinto mazzoniano, raffigurante San Benedetto portato in gloria dalle virtù teologali, con san Giovanni Battista, eseguito per la stessa chiesa veneziana di San Benedetto e Santa Scolastica.
La scena è colta dal basso, come attraverso l’arco scenico di un teatro sul quale il protagonista, il parroco Pasqualin Diletti, si affaccia rivolgendo lo sguardo all’esterno e portando la mano destra al petto. La figura è quella di un uomo maturo, con i capelli e la corta barba bruni, ammantato in una chiarissima tonaca bianca e colto nell’atto di inginocchiarsi. Alle sue spalle si trova san Benedetto, con il caratteristico abito scuro, la folta barba grigia e lo sguardo rapito dall’apparizione luminosa della Vergine con il Bambino su un trono di nubi.
Il santo intesse con la Vergine un celeste colloquio, mirato all’intercessione in favore del parroco; nel frattempo il pastorale del santo diventa oggetto di contesa per il gruppo di angioletti che volteggia intorno alla Vergine, secondo una vivace invenzione dell’artista, che ama rinnovare il linguaggio figurativo tradizionale con elaborazioni del tutto personali.
L’opera, realizzata nel 1648, ha presto incontrato il favore della critica che ne ha apprezzato e messo in evidenza le novità chiaroscurali e luministiche, il peculiare e acceso cromatismo e, soprattutto, l’aspetto ironicamente visionario che ne sostanzia il linguaggio. Insieme al suo pendant, l’opera è stata considerata un testo fondamentale per la ricostruzione della poetica di Sebastiano Mazzoni: in essa sono state colte, infatti, notevoli consonanze con lo stile barocco di area emiliana e con la fase genovese di Bernardo Strozzi, visibile soprattutto nella tecnica esecutiva del volto del protagonista, lumeggiato con una materia cromatica ricca e pastosa.
Dal punto di vista contenutistico l’opera è costruita su un sottile percorso di metafore e su una fitta trama gestuale, ricca di corrispondenze con il pendant, che fa dell’opera un prezioso documento di retorica figurativa.
Il dipinto aveva subìto nel 1959 un drastico intervento di pulitura i cui effetti sono divenuti sempre più sgradevoli, a causa dell’alterazione delle vernici e ridipinture sovrapposte.
L’attuale pulitura, che ha rimosso le integrazioni arbitrarie di quel restauro, ha rivelato finalmente tutta la straordinaria gamma cromatica e luministica del testo figurativo, ancora sostanzialmente ben conservato. Modeste integrazioni pittoriche e velature in zone marginali hanno inoltre valorizzato la lettura del dipinto nel suo insieme. Con il restauro, infine, è emersa l’inconsueta presenza di un’apertura quadrata all’interno della tela: probabilmente una sorta di piccola finestra che metteva in comunicazione la chiesa con un ambiente retrostante e che si è ritenuto di rimettere in vista, pur rinunciando, naturalmente, a renderla di nuovo funzionale.
Redazione Restituzioni
