Proveniente dalla chiesa di San Francesco d’Assisi di Cosenza, il dipinto raffigurante la Madonna col Bambino tra Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia, e, nei riquadri superiori, Incoronazione della Vergine, Angelo annunziante e Vergine annunziata, rappresenta una significativa testimonianza della pittura quattrocentesca di gusto ancora tardogotico esistente in Calabria, regione che in quel secolo si mostra particolarmente sensibile e partecipe del più ampio giro di cultura artistica napoletana con chiare e profonde influenze catalane. La pregevole tavola è stata pubblicata per la prima volta nel 1933 da Alfonso Frangipane, il quale la inquadra genericamente come «arte dell’Italia meridionale, secolo XV». Raimond van Marle, invece, ne sottolinea nel 1934 i modi catalani, certamente filtrati attraverso esperienze napoletane, giudizio in seguito condiviso da Giovanni Carandente, il quale, però, pur ritenendo innegabili gli influssi catalani, sostiene che «essi vi risultano assai ottusi dal rozzo ed ingenuo linguaggio paesano che si collega insistentemente con quello stesso degli angeli che reggono la mitria al citato San Nicola» (1949), riferendosi al San Nicola in trono, di ignoto pittore meridionale, conservato nella Curia vescovile di San Marco Argentano (Cosenza), ove riscontra anche vaghe suggestioni marchigiane, benché espresse in modo piuttosto provinciale.
Una più approfondita interpretazione viene proposta da Maria Pia Di Dario nel 1975, grazie anche all’attento restauro del 1971 che rivelò «la fresca e pungente qualità del dipinto», consentendo di riconoscere appieno sia la valenza dell’opera sia la complessità della formazione dell’artista, individuato dalla studiosa «nell’ambiente dei pittori di Galatina », e nello specifico tra quelli «più moderni e internazionali» che affrescarono la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria nella cittadina leccese. Secondo la Di Dario, la mano del Maestro può ravvisarsi in alcuni dipinti di Galatina, in particolare nel ciclo di Sant’Agata e soprattutto in quello mariano, in cui intravede un sostrato di cultura napoletana tardogiottesca-masiana su cui si innestano esperienze «tanto più “cortesi” da sembrare lombarde», di cui individua la matrice «nel gotico sanseverinate dei Salimbeni. E tuttavia il contatto coi pittori di Galatina dovette essere solo iniziale, poiché è chiaro che nel retablo ciò che nettamente prevale è l’orientamento sull’ambiente siracusano alla confluenza del tardo gotico napoletano-marchigiano-catalano proveniente dall’Italia e di catalano proveniente da Valencia». La complessità della cultura figurativa del Maestro e la sua provenienza siciliana sono sottolineate anche da Francesco Abbate, il quale, legando il «polittichetto di San Francesco» di Cosenza alla Madonna col Bambino della chiesa dell’Immacolata di Scilla (Reggio Calabria), già attribuita al medesimo Maestro dalla Di Dario, afferma che «i due dipinti sono stati considerati vicini alle maestranze di Galatina, ma la somiglianza con la contemporanea pittura siciliana può far pensare che gli autori dei dipinti provengano proprio dall’isola», notando però «curiosi residui arcaizzanti» emergenti su una indubbia base di gotico internazionale: «Nel polittico cosentino il Bambino e la mano della Vergine che lo sorregge paiono risentire dei tradizionali stilemi bizantini, a cui rimandano anche certe durezze dei tratti anatomici, in chiaro contrasto con i raffinati ritmi di derivazione iberica», riconoscendo comunque il pregio dell’opera e riferendolo «a una committenza di rango». L’attribuzione del retablo al Maestro di Galatina consente di fissarne la datazione agli anni immediatamente successivi al 1435, quando gli affreschi galatinesi erano già stati completati.
