Il retablo di San Pietro di Tuili è una straordinaria macchina scenica, di forte impatto devozionale e artistico. Il termine ‘retablo’ è spagnolo (deriva dall’espressione latina retro tabula altaris, cioè tavola collocata dietro l’altare) e indica una grande pala d’altare, in genere dipinta, composta da diverse tavole collegate fra loro da cornici e fregi architettonici. Il polittico di Tuili è composto da sei tavole principali raffiguranti: al centro la Madonna in trono con Bambino incoronata da due angeli in volo e attorniata da angeli musicanti, mentre a sinistra e a destra di Maria sono San Pietro e San Paolo; nel registro superiore la Crocifissione con ai lati le tavole dell’Arcangelo Michele e San Giacomo Maggiore. La predella è divisa in quattro scomparti con Storie di san Pietro interrotte al centro dal tabernacolo con al centro Cristo risorto. L’insieme delle tavole è circondato dagli elementi di polvarolo (sorta di cornice aggettante agganciata obliquamente alle tavole dipinte, così chiamata perché la sua funzione era quella di proteggerle dalla polvere) riproducenti da sinistra: San Gregorio, Sant’Ambrogio, San Giovanni evangelista, San Luca, San Francesco d’Assisi, il Padre Eterno fra l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata, San Bernardino, San Matteo, San Marco, Sant’Agostino, San Gerolamo. Nel retablo di San Pietro, assegnabile al 1500 circa, certamente l’opera più matura dell’ignoto maestro,è evidente la fusione tra la cultura quattrocentesca italiana e il gusto per il particolare e la gamma coloristica prettamente fiamminghi. La tavolozza utilizzata in quest’opera si basa essenzialmente sul contrappunto dei rossi, dei verdi e dell’oro. Sono indiscutibili gli apporti della pittura umbra e toscana nei paesaggi e nella prospettiva del trono e dell’archivolto cassettonato che si avvicinano alla costruzione prospettica dei modelli rinascimentali italiani. Il dipinto rappresenta un vero capolavoro dell’arte in Sardegna di cultura iberica, opera di un artista purtroppo rimasto anonimo, sulla cui identità e provenienza hanno dibattuto e tuttora dibattono i maggiori storici dell’arte locali e internazionali. Il nome convenzionale di Maestro di Castelsardo attribuito all’artista risale all’inizio del secolo scorso e si deve a Enrico Brunelli (1907). L’intera letteratura critica è stata riesaminata di recente da Maria Grazia Scano Naitza (2013) e da Marco Antonio Scanu (2017), che si dedica in particolare all’opera di Tuili, l’unico retablo del maestro giunto completo fino ai giorni nostri.
Lo studioso propone la nuova ipotesi della provenienza dell’anonimo artista dalla capitale dell’Aragona, Saragozza, mentre la quasi totalità degli studi precedenti aveva individuato piuttosto la Catalogna (con influssi valenzani e maiorchini) come ambito di formazione del maestro.
Lo spostamento dell’asse tradizionale della ricerca, dalla Catalogna e dal Valenzano all’Aragona, è stato reso possibile grazie a un’accurata indagine documentaria condotta su archivi sardi e aragonesi che hanno evidenziato nomi di illustri personaggi coinvolti nella commissione o nel pagamento delle opere del maestro. Tra questi il notaio Giovanni Carnicer, aragonese che redige l’atto per il pagamento del retablo di Tuili, commissionato da Juan e Violant de Santa Creus, che il 4 giugno 1500 accendono un censo annuo perpetuo di 20 lire, corrispondente al capitale di 200 lire. Il recente restauro, eseguito in occasione di questa mostra, ha recuperato la splendida tonalità dei verdi che costituiscono la nota cromatica dominante dell’opera e che rappresentavano il punto di più evidente debolezza della pellicola pittorica. Infatti la presenza di un importante sollevamento e ingiallimento della cromia, probabile conseguenza di un legante troppo oleoso, aveva completamente occultato la brillantezza dei toni e la loro gradazione. Una corretta e delicata pulitura ha consentito di riportare all’originaria brillantezza di gusto fiammingo i colori e quindi di rileggere esteticamente un autentico capolavoro dell’arte in Sardegna.
