Il prezioso manufatto, in argento dorato, appartiene alla categoria detta dei reliquiari architettonici, componendosi di parti diverse e assemblate.
Esso presenta una teca circolare in cui è contenuta una spina della corona di Cristo entro una piccola cassetta rettangolare; il medaglione è decorato dalla scena intagliata delle Marie al sepolcro, è circondato da un’iscrizione latina che allude al valore salvifico della reliquia ed è incorniciato da pietre preziose. Appesa a catenelle vi è una corona, a forma di grosso cordone ritorto, munita di lunghe spine e decorata da gemme colorate e da tre miniature su pergamene montate su dischi. Il fusto è a tre ordini di nicchie in cui vi sono placchette di smalto e statuette. Sul piede esagonale sono infisse sei grandi placchette smaltate raffiguranti Cristo in trono, san Bartolomeo, san Tommaso, san Domenico, san Pietro martire, san Luigi di Francia: sono immagini incentrate sulla storia della reliquia della spina e sull’esaltazione dell’ordine domenicano; la base è inoltre ornata da testine d’angelo e da edicole con fondo smaltato e statuette. Il ricco coronamento floreale è costituito da sette rami terminanti con sei busti di profeti sopra calici di fiori e con un angelo alato; a decorare l’albero vi sono fiori, foglioline e campanelle.
La storia di questo importante pezzo di oreficeria gotica comincia nel 1260, quando il vicentino Beato Bartolomeo da Breganze, di ritorno da Parigi, porta con sé nella sua città, dono prezioso del piissimo re di Francia Luigi IX, una spina della corona di Cristo. Divenuto vescovo di Vicenza, Bartolomeo intitolerà a questa preziosa reliquia la grande chiesa domenicana di Santa Corona, dove essa è tuttora conservata.
Le varie parti che compongono il reliquiario furono aggregate a più riprese in tempi successivi, ma, nella forma attuale, l’opera è frutto di un radicale intervento eseguito a metà Ottocento dall’orafo vicentino Antonio Cortelazzo. Il nucleo più antico è costituito dal medaglione portareliquie, inquadrabile intorno alla metà del XIII secolo e d’origine parigina o quanto meno transalpina. Di poco successiva è la corona di spine, del 1260-61, probabilmente di manifattura vicentina e fatta realizzare dallo stesso Bartolomeo poco dopo il suo arrivo in città con il prezioso dono. La base, il fusto e il coronamento sono invece tardogotici, ascrivibili alla metà del XV secolo; degne di nota sono le placchette che decorano il piede: sono smalti di qualità indubbiamente elevata, che rivelano i rapporti dell’anonimo orafo con la coeva pittura dei primi decenni del ‘400, soprattutto con quella del pittore veneziano Michele Giambono (circa 1400-1462).
Dopo lo smontaggio, è stata attuata una leggera pulitura delle superfici con acqua deionizzata e una pulitura localizzata con bicarbonato di sodio e alcool dove si evidenziavano scurimenti dovuti alla solforazione. Dopo i risciacqui, il metallo è stato disidratato con ventilazione forzata di aria calda. Gli smalti policromi sono stati liberati da integrazioni pittoriche utilizzando impacchi di solventi e bisturi e sono stati consolidati con resina acrilica. Dopo l’applicazione di un protettivo sull’asta metallica e l’incollaggio di una mano staccata di un busto di profeta con resina epossidica, il reliquiario è stato riassemblato.
Redazione Restituzioni
