Secondo le ultime ricostruzioni la placchetta proviene dal convento dei canonici regolari di San Giovanni di Verdara a Padova (cfr. Restituzioni 2000, scheda 13). I due santi, identificati dalle iscrizioni verticali, sono vestiti come militari bizantini: sopra la corta tunica (divitission) Giorgio ha una corazza, mentre le braccia sono coperte da una lorica a scaglie; Teodoro indossa la sola lorica sopra la tunica. Entrambi portanto un mantello corto (sagion), e sono armati di lancia e scudo, ma solo Teodoro porta anche la spada. Lo scudo di Teodoro è lavorato a sbalzo, con una perlinatura, e ha al centro un umbone a forma di stella. I volti sono caratterizzati con vivacità, ad esprimere risolutezza e rigore. L’inclinazione della testa di san Giorgio reca inoltre all’insieme un minimo tocco di animazione che varia la simmetria della composizione. Quattro fori agli angoli del piano di fondo (entro la cornice) servivano al fissaggio della formella su un supporto, ma non è possibile stabilire se siano originali o se, come probabile, si tratti di un riuso posteriore.
L’analisi che Goldschmidt e Weitzmann hanno fatto di questo reperto ha consentito di inserire il pezzo nel cosiddetto “malerische Gruppe” che stabilisce per le opere della medesima serie una datazione nel periodo della “rinascenza macedone”, attorno all’anno 1000: tipico di questo periodo è in effetti l’influsso della miniatura, che comporta ad esempio il trasbordare delle figure oltre la cornice. È possibile che la placchetta sia stata usata come enkolpion, ossia come un amuleto da appendere al collo di un militare di rango, anche se sembra più probabile che si tratti di una mini-icona portatile, del tipo diffuso, proprio con l’immagine di questi due santi, nell’XI e XII secolo. La raffigurazione del santo guerriero con la spada, a sottolineare il rango superiore rispetto al compagno, fa pensare che si sia voluto ritrarre il san Teodoro detto Stratelates (generale). Il culto di questo santo si impose a Bisanzio nel X secolo, specie con Giovanni I Tziniskes (969-76), quando fu associato ai tradizionali santi militari patroni di Costantinopoli.
L’avorio presentava un’informe patina grigiastra. La pulitura ha restituito la piena lettura dell’opera permettendo di evidenziarne la finezza esecutiva. Il restauro ha consentito di riscontrare inoltre piccole ma significative tracce di colore rosso, presente soprattutto nei sottosquadri ed interstizi, specie sui capelli e nei panneggi, ciò che pare confermare l’ipotesi secondo cui gli avori mediobizantini erano in parte colorati e dorati.
Redazione Restituzioni
