La tavoletta eburnea presenta le figure di san Giovanni evangelista e san Paolo, identificati da iscrizioni (tituli) ai lati dello loro teste.
I due apostoli sono aureolati, indossano la toga e reggono libri dalle preziose legature chiusi da fermagli; i piedi calzano eleganti sandali intrecciati e poggiano su un piedistallo cinto anteriormente da un’archeggiatura. I santi si rivolgono appena lo sguardo nel loro muto dialogo, cui allude la scritta in alto: “il vaso (o strumento) di Dio a colloquio con l’uomo vergine per proteggere dal male il signore Costantino”.
Questo avorio, proveniente da Bisanzio e custodito al Museo Archeologico di Venezia, doveva essere accompagnato da altre due placchette, stilisticamente coerenti e di identiche misure, con cui formava un trittico: si tratta dell’intaglio con iSanti Pietro e Andrea, oggi conservato a Vienna, e di quello col Cristo in trono già a Basilea, di cui però oggi si sono perdute le tracce. I tre avori componevano una Deesis (“intercessione”), e certamente la nostra lastra, per la presenza di Pietro, doveva essere collocata a destra rispetto a quella centrale con Cristo.
Non c’è dubbio che l’opera, per la sua forbita squisitezza formale, sia produzione di un’elettissima officina bizantina di intagliatori legati direttamente alla corte dell’imperatore.
La datazione, invece, è più incerta, oscillante tra il X secolo e l’XI. Si propende, tuttavia, per il X secolo, quando il livello degli atéliers imperiali per quanto riguarda la scultura e l’intaglio era particolarmente elevato. Questo inquadramento cronologico permetterebbe di riconoscere, nel “signore Costantino” citato nell’iscrizione della placchetta, l’imperatore Costantino VII Porfirogenito, che regnò tra il 912 e il 959.
La tavoletta si presentava già pulita, ma l’intervento di restauro era reso necessario soprattutto dalla preoccupante crepa al centro del pezzo. Le precedenti radicali puliture hanno purtroppo ridotto a poche tracce l’originario colore rosso, ancora visibile negli interstizi. È molto importante l’avere constatato, togliendo provvisoriamente la moderna intelaiatura metallica, che sulla cornice non esistono fori per l’applicazione di cerniere metalliche: ciò ha permesso di escludere che la tavoletta fosse un’anta di un trittico a sportelli e di stabilire che facesse invece parte di un trittico fisso.
Redazione Restituzioni
