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    Pisside con scene di caccia con il falcone

    Data: seconda metà del XII secolo - primo terzo del XIII secolo
    Artista: Arte siculo-araba
    Tecnica/Materiale: avorio elefantino dipinto, rame dorato
    Dimensioni: alt. 13,45 cm; diam. 12,4 cm
    Provenienza: Verona, chiesa di Santo Stefano
    Collocazione: Verona, chiesa di Santo Stefano
    Edizione: Restituzioni 2018
    Autore scheda in catalogo: Chiara Rigoni
    Restauro: Corinna Mattiello; con la direzione di Maristella Vecchiato, Chiara Rigoni (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza)
    Ente di Tutela: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza

    Opera restaurata da Corinna Mattiello con la direzione di Maristella Vecchiato, Chiara Rigoni (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza)

    Scheda breve

    La pisside in avorio dipinto è stata rinvenuta recentemente nella chiesa veronese di Santo Stefano, riconosciuta dalle fonti antiche come il luogo della città deputato al culto delle reliquie. Sconosciuta alla letteratura artistica, la pisside è citata per la prima volta nella visita pastorale del vescovo Lippomano (1553) il quale segnala «tres pixides eburnei cum multi involucris reliquiarum et litteris… », una delle quali è verosimilmente da identificare con il pezzo recuperato.

    Raro esemplare di epoca medioevale, il manufatto è collegabile sulla base di confronti stilistici e tipologici a una serie di scatole e cofanetti eburnei, attribuiti tradizionalmente a botteghe islamiche operanti nella Sicilia normanna e sveva e databili tra la seconda metà del XII e il primo terzo del XIII secolo. Questi preziosi oggetti sono oggi in massima parte di pertinenza ecclesiastica, essendo stati donati a chiese e cattedrali in epoca antica, e risultano documentati soprattutto in Italia, Austria e Germania. Il confronto con esemplari simili tipologicamente ha consentito di supporre che anche l’oggetto in esame sia entrato a far parte degli arredi della chiesa di Santo Stefano in epoca antica e, come avveniva di frequente, sia stato subito impiegato come reliquiario.

    Tuttavia, come attestano le iscrizioni di tema amoroso rinvenute su esemplari simili, ad esempio sul cofanetto del Museo Diocesano di Trento, sembra assai probabile l’origine profana di questo genere di manufatti eburnei, destinati a essere offerti come doni galanti o di nozze.

    La provenienza profana è confermata dal soggetto del fregio, con scene di caccia con il falcone, che illustra gli svaghi del signore e rimanda all’esclusivo e raffinato ambiente di corte. Il tema della caccia con il falcone è tipico del repertorio islamico: tra i passatempi del principe era uno dei preferiti e assunse un ruolo di primo piano tra i motivi decorativi di manifatture sicule di tradizione araba. In proposito vale la pena di ricordare la passione per la caccia, in particolare per quella con il falcone, dell’imperatore Federico II di Svevia al quale si deve il celebre De arti venandi cum avibus, trattato ornitologico-venatorio noto attraverso la copia fatta eseguire dal figlio Manfredi dopo il 1258. La scatola cilindrica con coperchio piatto in avorio elefantino è costituita da un’unica sezione di zanna, caratteristica tecnica comune agli esemplari di questa foggia e presenta tipici serramenti in rame dorato. Nell’ambito della produzione siciliana di tradizione araba, cui l’esemplare veronese va attribuito, la pisside di Santo Stefano, come si è detto, si caratterizza in primo luogo per la forma cilindrica, una tipologia più rara rispetto a quella a bauletto o a cassetta rettangolare con coperchio piano o, più frequentemente tronco-piramidale, di norma realizzate con una lavorazione a lamine. Tra gli esemplari noti quello veronese mostra più strette affinità con la pisside eburnea del Museo del Tesoro di San Marco a Venezia che, connotata da una vistosa iscrizione in carattere “nashki” sul coperchio, è riferita ad arte siculo-araba e datata ai secoli XII-XIII. Oltre alla foggia e alla tipologia dei serramenti, l’esemplare marciano mostra rispondenza anche nel soggetto e nello svolgersi della decorazione dipinta che, ispirata al tema della caccia con il falcone, si sviluppa, sul corpo del cilindro in forma di narrazione continua, svincolata da partizioni geometriche.

    Tuttavia, per quanto riguarda il fregio, l’elegante esemplare marciano si distacca sotto il profilo stilistico per i più accentuati caratteri islamici rispetto a quello di Santo Stefano dove, invece, sembra prevalere la ricerca naturalistica: vi si succedono vivacissime immagini che conferiscono alle scene una sorprendente dinamicità e immediatezza espressiva nelle fattezze dei volti come nelle realistiche pose delle figure. Apre la sequenza un elegante cavaliere che il gesto e il bastone del comando consentono di identificare con un principe. Il cavallo bardato procede verso uno spazio scandito da alberi stilizzati popolati da uccelli, dove una coppia di battitori è intenta a stanare la selvaggina, quindi, proseguendo si incontra un falconiere barbuto che avanza portando il rapace sul braccio guantato. Concludono la sequenza alcuni alberi con alla base coppie affrontate di pavoni e pappagalli che, tra i motivi più rappresentati nell’arte islamica, si ripetono anche sul coperchio.

    Finora non è emerso alcun indizio utile a chiarire l’origine del manufatto eburneo della chiesa di Santo Stefano, come si è visto, un’opera rara riconducibile a una cultura figurativa fortemente connotata e La sua presenza sembrerebbe d’altra parte trovare significative ragioni nel contesto storico della Verona del quarto e quinto decennio del XIII secolo, quando la città scaligera assunse un ruolo di grande rilievo politico grazie all’imperatore Federico II di Svevia, impegnato nel progetto di sottomissione della Lega Lombarda, affiancato da Ezzelino da Romano che, dal 1232, teneva saldamente la città scaligera. Verona fu per l’imperatore una città d’elezione; accompagnato dal suo magnifico seguito vi sostò in numerose occasioni, alloggiando presso il monastero di San Zeno. Una prima volta nel 1236, quindi fu nuovamente in città nel 1238 quando concesse in sposa a Ezzelino la sua figlia naturale, Selvaggia; ritornò ancora a Verona nel 1239, infine nel 1245 quando convocò una dieta di principi tedeschi. Tuttavia del passaggio di Federico, che era solito spostarsi nei suoi domini con un largo seguito mostrandosi in tutta la sua magnificenza, sono rimaste rarissime tracce in grado di testimoniare la raffinata cultura della sua corte di cui si coglie un’eco nel garbato affresco di Casa Finco a Bassano. A Verona la presenza di Federico è attestata dal grandioso affresco del palazzo abbaziale di San Zeno con L’omaggio a Federico II di Svevia dei popoli dell’Oriente (1236-1238), rivelatore del prestigio del personaggio e dell’eccezionalità del momento. Per quanto riguarda più specificatamente Santo Stefano, un indizio di grande suggestione si ricava da un’iscrizione posta sulla facciata della chiesa che ricorda come proprio qui, in occasione della dieta del 1245, furono ospitati, con il figlio di Federico, Corrado, alcuni principi tedeschi, testimoniando, tra l’altro, che nell’occasione l’imperatore «duxit secum elelefantem», fatto straordinario che suscitò evidentemente grande stupore.

    Nessun dato certo consente di mettere in relazione questo documento con la presenza della pisside eburnea di recente tornata alla luce, né di suggerire le circostanze che ne determinarono l’acquisizione alla chiesa di Santo Stefano. Il prezioso manufatto, come si è detto, uscito da uno dei raffinati atelier siciliani di tradizione araba, va in ogni caso ricondotto all’epoca e agli ambienti della corte federiciana e al periodo di dominio ezzeliniano su Verona, di cui costituisce una rara testimonianza superstite.

    Le fasi del restauro

    Prima
    Prima

    Prima del restauro, particolare del coperchio con lembo deformato e sollevato

    Prima del restauro, particolare della base con un lembo deformato e sollevato

    Prima del restauro

    Durante
    Visualizza più foto Visualizza meno foto
    Durante

    Durante il restauro, prima della pulitura

    Durante il restauro, pulitura

    Durante il restauro, pulitura

    Durante il restauro, pulitura

    Dopo
    Visualizza più foto Visualizza meno foto
    Dopo

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con il falconiere

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con la coppia di battitori

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con coppia di pavoni

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con albero

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con albero

    Dopo il restauro

    Dopo il restauro, particolare della decorazione con il principe a cavallo

    Approfondimenti

    Restituzioni 2018. Guida alla mostra

    a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)

    Restituzioni 2018

    Tesori d'arte restaurati, a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (PDF online)

    Diario di viaggio

    Scheda dal catalogo

    Altre opere dell'edizione

    pittura

    Pitture murali della tomba di Henib

    corredo funerario

    Sarcofago antropoide di Unmontu

    scultura

    Tre stele daunie dal territorio della Capitanata (Stele maschile con armi, Due stele con ornamenti)

    scultura

    Testa maschile barbata, cosiddetta “Testa di Basilea”

    https://www.gallerieditalia.eu
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