Il piatto in argento presenta incisa, sulla faccia anteriore, una complessa scena figurata, i cui protagonisti sono Atena, dea della sapienza, delle arti e della guerra, e l’indovino tebano Tiresia. Nel registro centrale compaiono tre figure femminili nude, poggianti su un terreno collinoso da cui spuntano alcuni rami fioriti. Al centro è Atena bagnante, ha il braccio sinistro alzato e con la mano destra tenta di coprirsi il pube. Ai suoi lati sono raffigurate due ninfe, con le gambe avvolte da un mantello e i capelli ornati da fiori. La ninfa di sinistra si trova davanti a un pilastrino reggente una brocca (oinochoe). Alla destra si riconosce invece la ninfa Cariclo, madre di Tiresia, che si trova davanti a un arbusto e a canne palustri ed è appoggiata a un’anfora da cui fluisce l’acqua (la fonte Ippocrene). Cariclo alza con terrore il braccio verso il figlio, rappresentato in alto, con un mantello e una lancia, seminascosto tra le rocce su cui si ergono alberi frondosi, fiori e un rovo. Nel registro inferiore è invece rappresentata una sfilata di armi: un elmo crestato, un’asta, un mantello, uno scudo e un paio di calzari.
Sul retro, liscio, è applicata una base cilindrica ad anello al cui interno compare un’iscrizione ponderale, indicante probabilmente il peso complessivo dell’oggetto, a garanzia della quantità di argento adoperato.
L’intera scena raffigurata sul piatto si ispira a un mito cantato dal poeta ellenistico Callimaco (III secolo a.C.) nell’inno Per i lavacri di Pallade: Tiresia, trasgredendo alla proibizione di vedere Atena nuda, scorge la dea mentre si fa il bagno; Atena, adirata, lo punisce rendendolo cieco ma, per consolare la ninfa Cariclo, la sua più cara amica e madre di Tiresia, dona al giovane la capacità della divinazione.
L’opera, che si distingue per la finezza e la preziosità della fattura, appartiene all’epoca tardoantica. Fu realizzata tra la fine del IV e gli inizi del VI secolo d.C. da una bottega presumibilmente di Alessandria d’Egitto, importante centro culturale dell’impero bizantino, per un committente colto, probabilmente legato all’ambiente di corte.
Il piatto fu rinvenuto nel bellunese, a Castelvint, area che divenne bizantina nel 553. Esso apparteneva forse a un alto ufficiale bizantino, che lo avrebbe portato con sé come vasellame da tavola; di fronte all’avanzata dei Longobardi intorno al 570, l’oggetto sarebbe stato occultato, o sottratto, o forse donato ai nuovi dominatori, finendo nelle mani di qualche aristocratico guerriero longobardo.
La superficie metallica era totalmente ricoperta da una patina di solfuri d’argento di colore grigio scuro e, sul retro, erano presenti tre toppe in poliestere riferibili a un vecchio restauro. Le toppe sono state rimosse e, dopo un lavaggio con solventi, la pulitura è stata eseguita con bicarbonato usando tamponcini con alcool puro. Il piatto è stato quindi lavato in acqua distillata e disidratato con aria termoventilata. Il manufatto presentava inoltre delle fessurazioni sul bordo; i punti di frattura sono stati fissati con resina poliestere.
Redazione Restituzioni
