I guanti sono confezionati in pelle beige, il cui tono originario doveva essere piuttosto chiaro, come emerso dalla pulitura effettuata durante il restauro nell’ambito di Restituzioni. Sulla base è applicato un bordo ricamato, mentre un cordonetto dorato appare in due strisce parallele attorno alla base del pollice. La parte laterale dei guanti è tagliata per facilitare la calzatura e la chiusura è affidata a cordoncini dorati, terminanti in due ghiande con una piccola nappa finale. Nel ricamo del bordo sono raffigurati racemi, fiori e ghiande e due cartigli: nel primo sono visibili tra le iniziali «D» e «A» due mani che si stringono, collocate sopra un monogramma a lettere intrecciate e sormontate da un cuore e una corona. Il cartiglio sul palmo reca invece un albero dalla chioma rigogliosa, con una scure conficcata nel tronco e affiancato dalle iniziali «M» e «S». La tipologia del manufatto e la natura della decorazione permettono di classificare i guanti del Bargello come oggetti profani ornamentali, investiti di funzioni simboliche e rappresentative più che di effettive finalità pratiche. Nel costume laico europeo l’uso di tali guanti divenne dal pieno Cinquecento un imprescindibile elemento della moda delle classi agiate. Eco della nuova diffusione dei guanti ornamentali e della loro rilevanza come indicatori di rango elevato si ha nella ritrattistica cinquecentesca e di primo Seicento. In numerosissime opere realizzate in tutta Europa i personaggi raffigurati indossano i guanti e spesso li tengono semplicemente in mano con quella ‘sprezzatura’ e sofisticatissima nonchalance, celebrate nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione come massima espressione della signorilità.
Nel corso del Cinquecento la foggia dei guanti di lusso subì una particolare evoluzione che permette di collocare il paio del Bargello tra la fine del XVI e il principio del secolo successivo. Dalla seconda metà del Cinquecento e ancora per i primi tre decenni del Seicento circa, i guanti profani si ispirarono al cosiddetto gantelet, quella parte dell’armatura che rivestiva le mani, i polsi e una buona parte degli avambracci. Viene così accentuata la zona terminale, che si svasa e si allunga progressivamente. Tale ampliamento aumenta le superfici decorabili e i ricami si fanno sempre più complessi e ricchi.
Per quanto riguarda la provenienza geografica, un’ipotesi di attribuzione ai Paesi Bassi sembra essere particolarmente calzante grazie al confronto tra i guanti del Bargello e analoghi manufatti minuziosamente riprodotti in numerosi ritratti femminili del pittore di Anversa Nicolaes Eliaszoon Pickenoy (1588 circa – 1650/1656), assai ricercato tra la ricca borghesia mercantile olandese nel primo terzo del Seicento. I guanti raffigurati dall’artista condividono numerose caratteristiche con il paio del Bargello, come i cordini di chiusura con ghiande o la doppia profilatura alla base del pollice. Di particolare rilevanza è il Ritratto di Johanna Le Maire, figlia di un ricco mercante olandese andata in sposa nel 1622 (Amsterdam, Rijksmuseum). La donna stringe un paio di guanti bianchi con bordura ricamata e cordoncini con ghiande, identificabili con quelli tuttora superstiti e conservati nello stesso museo di Amsterdam (inv. 1978-48). I guanti di Johanna sono in molti aspetti identici a quelli del Bargello: in particolare in entrambi appare il tema delle mani che si stringono sormontate da un cuore. Questo motivo, emblema della fedeltà coniugale, era parte integrante del programma iconografico dei guanti cinque e seicenteschi che venivano donati in occasione delle nozze. Se dunque il ritratto del Rijksmuseum può essere stato commissionato in occasione del matrimonio di Johanna Le Maire o di una sua commemorazione proprio per la presenza dei guanti nuziali, per le affinità con il manufatto di Amsterdam anche il paio del Bargello può plausibilmente rientrare in questa tipologia di oggetti simbolici.
