La Padova dei Carrara fu uno dei centri politicamente e culturalmente più vitali dell'Italia padana nel tardo Trecento. La più significativa tra le molte opere realizzatevi sotto il dominio di Francesco il Vecchio da Carrara e conservate fino ad oggi, è senza dubbio la cappella di san Giacomo nella basilica del Santo, commissionata da Bonifacio Lupi di Soragna per ospitarvi le sue spoglie e per la maggior gloria del suo santo protettore.
All’esterno una parete a scaglie di marmo rosse e bianche è sostenuta da colonne rosse terminanti in capitelli dorati ed è ornata da cinque tabernacoli gotici con le statue dei Santi Martino, Pietro, Giacomo, Paolo e Giovanni Battista. L’interno, sotto le tre volte a crociera, è interamente ricoperto di affreschi, scanditi, nella parete di fondo, da cinque archi acuti, nel primo e nell’ultimo dei quali si inseriscono i sarcofagi pensili del committente e di Guglielmo de Rossi, altro personaggio di primo piano alla corte dei Carrara, molto vicino al Lupi.
Il progetto architettonico si deve ad Andriolo Sarti, scultore veneziano attivo alla corte dei Carrara. Gli affreschi coprono tutte le pareti e le volte, decorate di azzurro a stelle con al centro di ogni vela, busti di profeti e simboli degli evangelisti. Entrando, partendo da sinistra, sulle lunette è narrata la Vita di san Giacomo il Maggiore riprendendo alla lettera il testo della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Le scene più complesse della fascia inferiore rimandano invece alla leggenda di san Giacomo protettore della Spagna contro i musulmani. Infine, sulla parete di fondo la grandiosa Crocifissione.
Negli affreschi si vedono chiaramente le mani di due diversi maestri. In alcune porzioni, come nelle volte, i due stili sono così fisicamente vicini da farci immaginare i due pittori intenti contemporaneamente alla loro opera, fianco a fianco sulle stesse impalcature. Nell’autore al quale si devono tutte le lunette ad eccezione della quinta, la settima e l’ottava, si riconosce una personalità molto legata all’ambiente padano in generale e al maestro Guariento in particolare. Si tratta di Jacopo Avanzi, pittore bolognese, che della scuola della sua città conserva la violenza e l’immediatezza narrativa, mentre nella resa delle figure dimostra di avere bene appreso la lezione del giovane Giotto della Cappella degli Scrovegni. Le rimanenti lunette e gli affreschi di tutta la zona inferiore sono invece opera di Altichiero, tra le maggiori personalità artistiche del Trecento italiano. Il suo stile si caratterizza per i toni più chiari e i morbidi contorni delle figure, per i delicati chiaroscuri delle vesti, un senso dello spazio più dilatato e per una resa delle azioni dei personaggi meno immediata, dilatata nel tempo come in un’immagine al rallentatore.
In entrambi si riscontra una formidabile capacità narrativa che, con il clima fiabesco delle scene e l’eleganza dei costumi delle figure, ci riportano nel raffinato mondo cortigiano dell’epoca. Un ambiente nel quale erano molto apprezzati quei codici miniati di romanzi cavallereschi che furono una sicura fonte di ispirazione per gli affreschi della Cappella. Tuttavia, rispetto ad Avanzo, Altichiero è, evidentemente, un artista più moderno, con migliori capacità espressive. Formatosi tra la Milano dei Visconti e la Verona degli Scaligeri, è fortemente influenzato dal “colore tanto fuso e unito” del tardo giottismo. La sua arte si rivela nell’abile resa delle fisionomie dei personaggi dipinti, soprattutto nella scena del Consiglio della corona, dove la tradizione locale individua, tra gli altri cortigiani assiepati intorno al re, Petrarca e lo stesso Lupi; e si esalta nella Crocifissione dove le colonne scandiscono, come in un trittico, una scena di partecipazione corale al tragico evento, tutta giocata sui gesti e sulle espressioni vivide dei personaggi.
La cappella di san Giacomo è da sempre oggetto di grande attenzione. Ne sono testimonianza i numerosi interventi di restauro documentati nel tempo, con i quali si è cercato di riparare ai danni provocati dall’umidità delle murature, dalle infiltrazioni d’acqua piovana in corrispondenza della finestra sulla parete destra e dall’azione dannosa del fumo delle candele e degli incensi. In molti casi tuttavia, questi interventi non hanno che aggravato le condizioni degli affreschi, compromettendone la leggibilità con arbitrarie ridipinture. Preceduto da una serie di approfondite indagini diagnostiche e da un’attenta analisi dei documenti, il più recente restauro ha rimosso, laddove possibile senza ulteriori danni, le ridipinture, consolidato le zone più decoese e fissato i sollevamenti della pellicola pittorica.
Redazione Restituzioni
