Durante la seconda guerra mondiale, il 15 agosto 1943, il Museo Poldi Pezzoli venne fortemente danneggiato dai bombardamenti dell’aeronautica inglese. Rispetto al resto del palazzo, i danni al Gabinetto dantesco furono limitati: furono distrutti il camino e alcuni arredi, ma la volta resistette proteggendo buona parte degli oggetti d’arte e delle decorazioni.
A conclusione del conflitto, nella polemica tra coloro che ritenevano che il Museo, nonostante gli ingenti danni, potesse e dovesse essere recuperato (la Soprintendenza alle Gallerie con Ettore Modigliani in testa) e coloro che proponevano di spostare le collezioni altrove (Guglielmo Pacchioni, Soprintendente ai monumenti), vinse il ‘partito’ della ricostruzione.
Il restauro architettonico e decorativo venne affidato dal Ministero della Pubblica Istruzione alla Soprintendenza alle Gallerie, che incaricò la funzionaria Fernanda Wittgens di supervisionare i lavori diretti dall’architetto Ferdinando Reggiori. Si discusse su quali criteri museografici adottare e, rivelandosi antistorica l’idea di un ripristino in stile, si optò per una sistemazione “moderna”, che per mezzo di alcuni accorgimenti architettonici avrebbe consentito di ricreare l’atmosfera del Museo risparmiando il tempo e il denaro necessari a replicare le elaborate decorazioni originali. Solo per lo studiolo e lo scalone si decise di ricostruire nel dettaglio, a testimonianza dell’ecclettismo architettonico di tardo Ottocento, l’aspetto originario.
Un primo restauro, affidato a Guido Gregorietti, venne eseguito nel biennio 1949-1951. L’intervento, pur basato su fotografie scattate prima dei bombardamenti, non si limitò alla reintegrazione delle parti mancanti ma sconfinò con ridipinture sull’originale. Una scelta fatta principalmente per risparmiare tempo e denaro, ma dalla quale traspare il giudizio negativo e l’eccessiva libertà degli artisti del tempo nei confronti dello stile ottocentesco.
Negli anni che seguirono, sia per i danni della guerra che per le infiltrazioni provenienti da una terrazza sopra il Gabinetto, nelle murature penetrarono, lentamente ma inesorabilmente, acqua e smog in preoccupanti quantità. I sali così assorbiti dalle murature emersero in superficie causando gravi danni alle pitture tanto da rendere necessario, tra il 1975 e il 1976 un nuovo intervento di restauro. Preceduto da un imprescindibile intervento di stabilizzazione del microclima, il restauro fu condotto secondo l’allora incontrovertibile principio “archeologico”, ovvero rimuovendo i sali emersi e le ridipinture rigonfiate ma limitando fortemente le integrazioni.
A causa della persistente umidità, lo stato di conservazione del Gabinetto è sempre stato fonte di preoccupazioni, e da un sopralluogo del luglio del 1999 è emerso che l’angolo e la porzione destra della parete d’accesso allo studiolo risultavano ricoperti da una patina opalescente, macchie bianche ed efflorescenze saline.
Dopo che le indagini diagnostiche effettuate dall’Opificio delle Pietre Dure e dalla Fortezza da Basso di Firenze hanno permesso di individuare una nuova infiltrazione d’acqua, il soprastante terrazzo è stato impermeabilizzato. Le indagini archeometriche e microstratigrafiche effettuate propedeuticamente all’intervento di restauro hanno evidenziato che il colore originario sottostante si era conservato mirabilmente.
Ne è nato il recupero delle stesure originali, attraverso la rimozione delle ridipinture e dei sali affiorati, mantenendo i rifacimenti soltanto in corrispondenza delle lacune. Il criterio seguito è stato quello della reintegrazione ma anche di un’accurata ricostruzione fondata su un meticoloso lavoro di documentazione, secondo una filosofia di restauro volta a rendere giustizia a un luogo che era stato profondamente alterato, restituendogli lo spirito con il quale era stato creato.
Redazione Restituzioni
