Il mosaico con raffigurazioni di pesci proviene da una ricca domus del quartiere settentrionale di Aquileia, nota con il nome di Casa di Licurgo e Ambrosia, messa in luce nel corso di scavi realizzati nel1963, ai fini di tutela, nel quartiere settentrionale della città romana. Il nome dell’edificio deriva dalla presenza di una scena del mito di Licurgo nel pavimento del grande triclinio aggiunto tra la fine del II e inizio del III secolo d.C. al complesso abitativo originario, risalente alla prima età imperiale e caratterizzato da una lunga continuità di vita.
La raffigurazione marina decorava uno dei vani pertinenti alla prima fase della domus, anch’esso dotato di funzioni tricliniari. Si tratta di un emblema realizzato entro un supporto in terracotta, incorniciato da una fascia bianca con vasi alternati a palmette policrome, della quale si conservano purtroppo solo minimi lacerti. La composizione marina è realizzata su fondo azzurro: una varietà di conchiglie, pesci e molluschi circondano una raffigurazione centrale nella quale un polipo assale un’aragosta avventata contro una murena, che a sua volta azzanna il polipo. Si tratta di una scena di mare realistico di chiara derivazione ellenistica, centrata sul tema della lotta tra pesci e crostacei, che trova numerosi confronti soprattutto in area vesuviana.
Numerosi sono gli esempi pompeiani che presentano analogie con il mosaico aquileiese sia per la resa dello schema iconografico sia per la varietà degli animali raffigurati, basti citare, fra tutti, un mosaico della Casa del Fauno. La qualità dell’emblema aquileiese risulta, tuttavia, rispetto a essi, meno accurata dal punto di vista stilistico e formale. Pesci e conchiglie, caratterizzati da forme rigide e appiattite, hanno una resa meno naturalistica, con una scarsa attenzione ai particolari; la piatta superficie azzurra del mare è priva del movimento delle onde e delle increspature che caratterizzano le più raffinate raffigurazioni marine, se pure un tentativo di rendere l’increspatura sia testimoniato dall’impiego di quattro gradazioni di colore, sfumate dal grigio all’azzurro, e dal movimento delle tessere di marmo; la profondità dello spazio è solo vagamente evocata dalle ombre nere dei pesci.
La resa stilistica costituisce il solo indizio per l’inquadramento cronologico del pavimento, che si può attribuire alla prima fase della domus del I secolo d.C., in un momento successivo rispetto agli esempi pompeiani.
La scelta di un tema dal forte potere evocativo dell’abbondanza del mare ben si presta alla funzione tricliniare del vano. Il pesce nel mondo romano era, infatti, considerato una pietanza raffinata, la cui presentazione nei banchetti contribuiva a sottolineare l’agiatezza del padrone di casa. Nelle residenze più ricche esistevano vasche e peschiere la cui funzione era proprio di ostentare le ricche possibilità del dominus, in grado di offrire ai commensali pesce fresco in molteplice varietà, come ampiamente testimoniato dalle fonti letterarie.
