Una teca in oro di forma rotonda, che sul recto reca incisa la legenda + PETRVS DVX VENECIARIVM, mentre sul verso è decorata da un motivo a tralcio in grossa filigrana. La teca, grazie ad un anellino piatto in oro che funziona da raccordo, custodisce una gemma antica, incisa in onice a due strati. Si tratta di una matrice di sigillo (o tipario) appartenuta a un doge veneziano di nome Pietro. Questo tipo di sigillo trova corrispondenze nella documentazione e nella tradizione a partire già da Carlo Magno. È probabile che il sigillo in esame avesse anche carattere ufficiale, sia per il valore della gemma utilizzata, sia per i riscontri documentali, che confermano l’utilizzo di tali pietre per sigilli di autorità imperiali. La mancanza dell’indicazione del leone di San Marco non appare da questo punto di vista significativa: il manufatto appartiene ad un’epoca in cui la rappresentazione di San Marco che porge il vessillo dogale non si era ancora diffusa (lo sarà a partire dal XII secolo). Incerti gli aspetti cronologici: attestata l’origine medievale, il committente può essere collocato in un periodo compreso fra l’837-864 (Pietro Tradonico) e il 1289-1311 (Pietro Gradenigo). Si può ulteriormente circoscrivere il periodo tra il IX e il X secolo. Lo stile delle lettere della legenda, realizzate attraverso pochi punzoni impressi ripetutatmente, può essere accostato a quello usato dalla zecca di Venezia per coniare monete per Ludovico il Pio (814-840). Si può supporre perciò che anche il medaglione appartenga a quel periodo, e debba quindi essere asssegnato al già citato doge Pietro Tradonico. Pur nell’incertezza cronologica il medaglione rimane probabilmente l’unico esemplare sopravvissuto di un genere di sigilli-tipari altomedioevali, di solito noti soltatto attraverso le impronte lasciate sui documenti. (a.s.)
La gemma rappresenta due busti affrontati tra loro: un personaggio maschile con una folta barba e lunghi capelli all’indietro, e una figura femminile con un’acconciatura a onde orizzontali e parallele. Tra i due busti, una luna crescente tra due stelle. L’esecuzione, frettolosa e incerta, è stilisticamente di bassa qualità. La gemma è realizzata in nicolo, una varietà dell’agata-calcedonio, pietra nota già in età ellenistica e augustea. Lo schema iconografico caratterizzato dalle due teste affrontate è documentato a partire dalla fine del I secolo a.C. Nell’età tardo repubblicana e poi in seguito si ha l’aggiunta di alcuni elementi simbolici, tra cui il crescente lunare e le stelle che simboleggiano la divinità dell’imperatore. Si tratta di un soggetto puramente decorativo che assolve ad una funzione schematica ed allusiva. Proprio sulla base di considerazioni stilistiche il pezzo in esame può essere collocato nella prima metà del III secolo d.C. (f.b.)
Il medaglione presentava numerosi sfondamenti in corrispondenza della punzonatura. Prima dell’intervento la gemma e l’anello di raccordo si trovavano staccati. Tracce di interventi precedenti sembrano confermati dalla presenza di colla sull’anello e sul bordo. Sull’iscrizione sono state rinvenute tracce di cera bianca e morbida, e residui di un pigmento di colore bruno sulle lettere. La pulitura è stata effettuata a tampone sotto microscopio binoculare con acqua deionizzata e tensioattivo, alcool e acetone e meccanicamente con specilli, punte di legno e spilli, per asportare i residui non solubilizzati. La gemma è stata poi riposizionata ed incollata con resina epossidica trasparente a rapida catalizzazione. (a.s.)
Redazione Restituzioni
