Il polittico, conservato nella chiesa parrocchiale di San Martino a Carbonara Scrivia, si compone di tre scomparti verticali dipinti a tutta altezza, collegati tra loro da un sistema di spine lignee, inserite lungo i fianchi delle tavole. È corredato da una cornice monumentale che conferisce all’opera una struttura architettonica, inquadrando le figure sotto un doppio registro di arcate rette e suddivise da esili colonnine. La carpenteria, dorata a pastiglia, risale alla seconda metà dell’Ottocento ma tracce di rosso originale, rinvenute in fase di pulitura negli incavi delle colonnine verticali, lasciano presumere un considerevole intervento di integrazione piuttosto che una nuova realizzazione in stile gotico rinascimentale, rimandando a confronti serrati con gli stessi elementi della cornice del polittico di analogo ambito, datato 1494, proveniente da Pozzolo Formigaro (Alessandria) e conservato alla Walters Art Gallery di Baltimora.
La catalogazione dei retri delle tavole con le lettere dell’alfabeto “A”, “C” e “D” riferisce dell’esistenza almeno di un quarto scomparto (il “B”), dato confermato dalla non consequenzialità delle scene nel primo e nel secondo pannello a partire da sinistra; in aggiunta avrebbe dovuto esisterne un quinto, se si considera correttamente la Madonna in trono ubicata al centro dell’ancona con i Santi disposti ai lati. Tale dispersione è antecedente agli inizi del Novecento: le carte relative a quegli anni, conservate nell’archivio della Soprintendenza, riferiscono dell’opera già nelle dimensioni attuali, lamentandone il cattivo stato di conservazione. Il restauro,eseguito dal restauratore fiorentino Riccardo Bacci Venuti nel 1938, non risolve definitivamente i problemi della pellicola pittorica originale, assai lacunosa e integrata da estese ridipinture ottocentesche, e negli anni cinquanta deve effettuarsi un nuovo intervento, realizzato con fondi ministeriali presso la Soprintendenza alle Galleria del Piemonte sotto la direzione di Noemi Gabrielli.
L’opera raffigura al centro la Madonna in trono con il Bambino, a sinistra il Cristo con i simboli della Passione, a destra San Martino e il donatore – dove il santo presenta alla Vergine il committente, un chierico, inginocchiato in preghiera –; nel registro superiore è presente la Crocifissione, tra le figure a mezzo busto di San Sebastiano e di San Giacomo Maggiore. Eseguito alla fine del XV secolo, come attesta l’iscrizione con la data frammentaria «149[…]», che alla luce degli approfondimenti di restauro può verosimilmente leggersi 1498, è opera della bottega tortonese dei Boxilio, pittori attivi tra Piemonte, Liguria e Lombardia dalla seconda metà del XV secolo agli inizi del successivo, influenzati dall’arte di Vincenzo Foppa e quindi orientati stilisticamente in direzione lombardo-ligure. La riflettografia ha evidenziato interessanti dettagli tecnici: l’impostazione dei panneggi tramite linee veloci e leggere, che diventano marcate nei volti a segnare con sicurezza occhi e labbra e si infittiscono per definire le ombre. L’utilizzo riscontrato di lacche, in particolare nella veste viola del committente e in alcune stesure di verde, e di dorature a guazzo su bolo rosso, con motivi in pastiglia o a punzone, nelle bordure delle vesti, nonché di elementi decorativi eseguiti con oro in conchiglia dimostrano il livello qualitativo raggiunto. L’opera evidenzia una prassi operativa consolidata nelle botteghe artistiche rinascimentali, che impegnavano più mani a lavorare a uno stesso progetto: confronti stilistici con le opere già attribuite consentono di riscontrare l’intervento del maestro Manfredino, che muore nel 1496, nell’invenzione generale, nelle figure allungate, nella pennellata materica, nei dettagli naturalistici e raffinati; il figlio Franceschino, forse con l’ausilio determinante di un terzo pittore, completa il lavoro dopo la morte del padre, eseguendo verosimilmente le figure della Vergine e del Bambino, dalle caratteristiche palpebre arrotondate e abbassate, e il san Sebastiano a mezzo busto.
