Sullo sfondo di un rigoglioso paesaggio collinare si staglia la Vergine, comodamente assestata su un seggio roccioso, reggendo sulle ginocchia il Bambino, scomposto e alquanto robusto. Al suo cospetto sono inginocchiati i due committenti: a destra una giovane donna vestita di marrone, ripresa di profilo e con le mani giunte e, in posizione speculare, il committente, avvolto in uno sgargiante manto cremisi ricamato. Alla destra della Vergine, spostato verso il secondo piano, è san Giovanni Battista, con la consueta veste di peli di cammello, la croce e il cartiglio che lo annuncia come “Agnello di Dio”, improvvisamente afferrato dal curioso Bambino. Dalla parte opposta, invece, troviamo una santa con i capelli lunghi e chiari, a boccoli, e con un’appariscente veste verde acceso, identificata con Maria Maddalena. A completare la sacra scena sono alcuni dettagli realistici, finemente descritti, come l’asino che si abbevera al laghetto, il villaggio del fondale, la vetta splendente dei monti che si profila contro il cielo addensato di nuvole. Dettagli che conferiscono naturalezza all’immagine, arricchendone nel contempo il sottile gioco di rimandi simbolici.
Il dipinto venne acquistato nel 1939 dallo Stato, dal marchese Bonifacio Canossa di Verona, per essere poi depositato nel Palazzo Ducale di Mantova. E’ tuttavia possibile che il quadro provenga da un’ulteriore collezione (Carlotti), come suggerisce la scritta a matita “M.sa Carlotti” visibile sul telaio. Dopo una prima attribuzione a Francesco Torbido e una seconda, più improbabile a Sebastiano Novelli, la critica attuale parla più genericamente di un pittore di area veneta, negli anni intorno al 1530. Si notano in effetti alcuni elementi di memoria palmesca, nelle figure di Giovanni Battista e della Maddalena, anche se il gruppo centrale, la Madonna col Bambino, cita invece la gloria della Madonna di Foligno di Raffaello, conferendo all’opera un forte carattere di eclettismo. Il paesaggio, del resto, è di matrice nordica e ricorda i dipinti di Giolfino nell’azzurro nitido della catena montuosa nello sfondo, così come la concentrazione cromatica e il morbido chiaroscuro, che hanno suggerito il nome del Torbido, sembra si possano spiegare con un artista veronese o veneto, nonostante il persistere perplessità della critica.
Opportune analisi diagnostiche hanno preceduto il restauro, permettendo di constatare ampie ridipinture, riconducibili a un restauro piuttosto invasivo, presumibilemte risalente agli anni Trenta.
Fissati i sollevamenti di colore con carta velina e colletta, il quadro è stato in seguito velinato integralmente e smontato dal telaio. La vecchia tela di foderatura è stata rimossa e il retro del dipinto è stato pulito con bisturi e pennelli; è seguita quindi la rifoderatura e la stesura su telaio interinale. In fase di pulitura è parso opportuno rimuovere o alleggerire parte delle ridipinture che alteravano l’immagine ed è così emersa la veste verde della santa, prima completamente appiattita. Si è scelto invece di non eliminare il rifacimento del volto della Vergine visto il modesto stato conservativo della pellicola sottostante. Sono state quindi stuccate le lacune e reintegrate con colori a vernice; la pellicola pittorica è stata quindi protetta da un film di vernice protettiva, stesa a pennello e nebulizzata.
Redazione Restituzioni
