La monumentale Madonna sta in piedi dietro a un parapetto di marmo rosa, sul quale rimane un libro aperto e appena abbandonato per mettersi in posa con il figlio. Mentre osserva lo spettatore la Madre regge, per prudenza, con entrambe le mani, il Bambino benedicente che indossa solo una collana con un grosso corallo. Su un cartiglio apposto sullo stretto parapetto sta la firma dell’artista, mentre l’iscrizione in caratteri gotici nel nimbo è un passo liturgico di esaltazione della Vergine («Beata sei tu, Vergine Maria, Madre di Dio, che hai creduto»). La prima possibile menzione a stampa di questo dipinto è offerta da Giovanni Antonio Moschini nella Guida per l’isola di Murano del 1808, che testimonia che una Madonna di Jacopo Bellini con la firma identica a questa era qualche tempo prima nel parlatorio del convento di Santa Maria degli Angeli a Murano. Il 10 aprile 1812 l’abate Mauro Boni scrive da Venezia al conte Luigi Tadini di sapere del suo acquisto dell’opera. A quella data, dunque, Tadini ne era già proprietario. Sul dipinto interviene ancora Giannantonio Moschini nella Guida per la città di Venezia (1815), affermando di avere visto l’opera anni prima «abbandonata in un monistero», e aggiungendo: «sospetto che ora sia in Bergamo». A quella data l’opera si trovava già a Crema, e dunque quello di Moschini è un errore geograficamente comprensibile. L’opera è registrata a Lovere nel primo catalogo a stampa delle raccolte Tadini (1828), in cui è riportata una provenienza dal convento veneziano del Corpus Domini che andrebbe in conflitto con quella muranese indicata da Moschini, anche se nel Corpus Domini erano confluite, intorno al 1808-1809, molte opere provenienti da altri conventi. La Madonna Tadini non tarda a essere ammirata a Lovere dai viaggiatori e conoscitori, da Johann David Passavant a Giovanni Battista Cavalcaselle, vede per la prima volta l’opera nel 1857. Poco dopo il dipinto subisce un restauro, di cui Michele Caffi (1870) afferma di essere stato promotore. Giovanni Morelli utilizza la Madonna Tadini come centro per un primo, piccolo catalogo di dipinti di Jacopo Bellini (nel 1890), e nel 1900 l’opera è restaurata da Luigi Cavenaghi. È in quest’occasione che viene effettuato il trasporto da tavola a tela e che nel 1901 viene eseguita una nuova cornice da Giovacchino Corsi copiandola da quella, con ogni probabilità originale, della Madonna delle Gallerie dell’Accademia di Venezia (inv. 271).
Nel corso del Novecento l’opera è esposta diverse volte in Europa come rappresentativa dell’artista. La sua datazione ha oscillato dagli anni Quaranta del Quattrocento ai pieni anni Cinquanta. Il restauro effettuato in occasione di Restituzioni da Roberta Grazioli ha cambiato radicalmente la nostra percezione del dipinto: lo sfondo scuro, color petrolio, che grazie agli appunti di Cavalcaselle sappiamo essere stato aggiunto tra 1857 e 1866, è stato rimosso e ha rivelato tracce di un’originaria tonalità di azzurro chiaro, come quella di un cielo terso. Così, la mole della Madonna si staglia più netta e monumentale, creando un effetto ancora più potente e adatto per una visione da lontano. La Madonna Tadini è da considerare un momento di svolta nell’attività pittorica di Jacopo Bellini, pur fedele ai suoi principi alla Gentile da Fabriano. Alcuni elementi, come il libro in scorcio prospettico sporgente dal parapetto in marmo e un laccio che cade mollemente oltre lo spigolo, rimandano alle invenzioni che sul finire degli anni Quaranta del Quattrocento venivano sperimentate a Padova, soprattutto dal futuro genero, Andrea Mantegna. Una datazione intorno al 1450 per la Madonna Tadini sembrerebbe dunque plausibile. Le notevoli dimensioni e l’atteggiamento delle figure iconico e ieratico fanno pensare a una funzione devozionale semipubblica, e ben si accorda in questo senso la sua probabile collocazione più antica a noi nota, ovvero in un parlatorio di monache.
