Maestosa nella sua solennità, al centro della pala, è la Vergine col Bambino seduta su di un alto trono marmoreo, sopra il quale è teso un drappo decorato e ai cui piedi un piccolo angelo suona il liuto; ai lati due figure di santi. Sulla destra, rivolta verso il Cristo, santa Lucia con la palma del martirio, offre i suoi occhi in un piccolo vasetto. Sulla sinistra si trova una figura di san Giorgio che indossa una lucente armatura e regge il vessillo; ai suoi piedi, come da tradizione, si vede il drago ucciso. Egli guarda fuori dal quadro, non contempla la Madre col Bambino; alle sue spalle si osservano due colonne, una delle quali spezzata. In secondo piano si stende un meraviglioso sfondo paesistico che digrada verso sinistra nel profilo azzurro di montagne lontane, al tramonto.
L’opera è testimoniata sin dal 1676 (Boschini) nella cappella dedicata alla Vergine, di proprietà dei Capra, all’interno della chiesa di Santo Stefano a Vicenza, corrispondente all’attuale ubicazione.
Da sempre ritenuta opera di Palma il Vecchio, la pala è stata riferita dalla critica alla terza decade del Cinquecento in base ai precisi confronti che si possono instaurare con alcune opere dell’artista realizzate nella prima metà degli anni Trenta. In essa si coglie l’eccezionale maturità del linguaggio pittorico di Palma e le sue ottime doti di colorista.
Probabile committente è Girolamo di Giorgio Capra, che proprio in quegli anni (6 marzo 1520) aveva espresso nel suo testamento la volontà di essere sepolto nella cappella in Santo Stefano. Sotto il profilo compositivo, Palma sembra scostarsi dal prototipo giorgionesco della Pala di Castelfranco, ormai imprescindibile per gli artisti veneti, risolvendone il misurato equilibrio tra paesaggio e figure in deciso favore di queste ultime. In base all’errata indicazione di Marco Boschini, per anni, le guide vicentine identificarono il santo guerriero sulla sinistra con san Vincenzo; più plausibilmente, invece, si tratta di un san Giorgio, e le colonne alle sue spalle sarebbero quindi il simbolo della sua fortezza.
Un precedente intervento di rifoderatura compiuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento ha permesso di intervenire sul supporto solo attraverso la manutenzione della vecchia foderatura e operazioni di pulitura, disinfestazione, consolidamento e protezione del telaio.
L’intervento di pulitura ha cercato di ristabilire l’equilibrio armonico tra stato di conservazione, purtroppo disomogeneo, interventi di restauro e valorizzazione del colore originale, per permetterne una lettura chiara e trasparente, più vicina all’originale.
Sono stati eliminati gli interventi stilisticamente falsificanti, ad eccezione di quelli ormai storicizzati, riducendo e/o rifacendo le vecchie stuccature debordanti e recuperando così molti dei timbri originali. Alcuni pentimenti sono stati volutamente lasciati a vista e la reintegrazione pittorica delle lacune è stata eseguita con colori reversibili a vernice, a tratteggio e a velatura.
Redazione Restituzioni
