La Madonna con Bambino e i santi Francesco e Eligio, dipinta da Pietro Antonio Ferro nel 1621 per la chiesa di San Francesco di Tolve, fu trafugata nel settembre del 1996 insieme a un altro dipinto del pittore e a nove piccole tele settecentesche. La pala, caratterizzata da un’iconografia tipica della pittura controriformata, era considerata già allora uno dei vertici della maturità del poco noto artista lucano, documentato dal 1601 al 1634, intorno a cui cominciavano ad apparire i primi studi. Nel febbraio del 1998, tutte le opere vennero ritrovate, ma in condizioni conservative talmente gravi da scoraggiare ogni proposito di restauro.
A distanza di vent’anni, il successo dell’intervento attuale restituisce al catalogo di Ferro uno dei suoi più importanti dipinti, che permette di gettare nuova luce su un artista dotato e atipico, al quale dovrà essere dedicata presto una completa ricognizione. Poche date certe ancorano al suo tempo Ferro, oggi considerato uno dei protagonisti della storia artistica della Basilicata ma noto agli studi solo dal 1928, nonostante l’intensa attività che satura gran parte del territorio regionale, specie nella dorsale centrale, grazie a una committenza legata agli ordini religiosi. Alcuni documenti lasciano presumere che Ferro sia nato intorno al 1570 a Ferrandina e si sia poi trasferito a Tricarico, uno dei centri dell’entroterra lucano nei quali ha lasciato il maggior numero di dipinti, tra cui diversi cicli di affreschi. Il linguaggio del pittore riecheggia quello del tardo manierismo napoletano, che alla fine del Cinquecento si dibatteva tra la dolcezza neoparmense di Curia, il raffinato baroccismo di Imparato, le ultime invenzioni di Marco Pino e, soprattutto, l’eloquio tenerissimo ma saldo dei pittori fiamminghi, in particolare Dirk Hendricksz e Aert Mytens, ai quali senz’altro l’artista lucano guarda, specie nelle opere della fase matura, tra 1616 e 1624. In questi anni Ferro passa dalla pittura più contrastata degli esordi a una compostezza più distesa e sfumata, segnata dall’allentamento del vibrato luminismo verso una stesura per morbidi trapassi, come nella Madonna con Bambino di Tolve.
Il dato più saliente che però si riscontra in tutta la sua ampia produzione è la dipendenza dalle composizioni dei più famosi artisti cinquecenteschi, da Barocci a Zuccari, da Vanni a Salimbeni ma anche Tiziano, ripresi con intelligenza costruttiva.
Modelli che Ferro conosce attraverso le incisioni e le stampe, di cui certamente possiede un ricco repertorio. Una tale padronanza delle fonti grafiche, inedita nell’area di provenienza, ha fatto supporre l’eventualità di un plausibile ma non documentato soggiorno romano, che potrebbe giustificare talune ascendenze, non lontane dall’esperienza dei cantieri sistini, in particolare la cultura di Barocci, che potrebbe però avere ereditato dalla lezione dei tardomanieristi napoletani. Il dipinto di Tolve raffigura la Vergine seduta su un trono di nuvole con il Bambino, tra sensuali angeli che offrono fiori. Nel registro superiore, cherubini si affacciano tra i cirri cangianti; due di essi sostengono la corona. In basso, nel registro terreno, sono san Francesco, titolare della chiesa, e sant’Eligio, patrono degli artigiani e dei maniscalchi, riconoscibile dallo zoccolo ferrato nella mano sinistra.
Nonostante le traversie, il restauro ha restituito la compostezza del dipinto, ma anche la brillantezza dei colori e una felicità compositiva, che arduo sembra limitare alla sola trasposizione dai modelli a stampa, tra l’altro appena accennata sulla tela da pochissimi tratti di disegno, come dimostrano le indagini che documentano la grande maestria di un pittore forse poco inventivo, ma molto fantasioso nelle sue ricomposizioni e soprattutto padrone della sua tecnica pittorica, ricca di sapienti impasti e tenere velature, come quelle dei fiamminghi o degli altri campioni della pittura napoletana della fine del Cinquecento.
