Sotto la sfavillante regia della luce Antonio Abate, asceta del deserto, appare in preda alle tentazioni del demonio, sotto spoglie di sensualissime figure femminili. A sinistra, è la personificazione dell’Avidità: una donna bionda dalle labbra carnose, che si appoggia su un vaso ricolmo di monete e stringe delle catene d’oro, simbolo delle ricchezze terrene. Sulla destra si trova invece la Lussuria, con i seni scoperti e i capelli raccolti con una treccia, da cui si sprigionano due corna di fuoco. Il giovane nudo a terra, che tenta di spogliare del tutto Antonio simboleggia la Libidine, complementare al demonio, girato di spalle con la coda di fauno. In primo piano, sparsi a terra, si dispongono gli attributi del vecchio asceta: il rosario rotto nella lotta, il libro della Regola strappato dal Demonio, il campanello, la borsa del viandante, il maiale che incarna la sconfitta della tentazione.
La vittoria del santo è infatti segnalata dalla visione del Salvatore che, immerso in una nuvola di luce, cala di scorcio su Antonio producendo un effetto scenico di grande impatto emotivo.
La pala è fra le rare opere superstiti dell’originaria decorazione della chiesa di San Trovaso a Venezia, crollata improvvisamente nella notte del 12 settembre 1583. La tela di Tintoretto decorava l’altare della cappella Milledonne, fatto erigere nel 1577 da Antonio Milledonne, presunto committente dell’opera, il cui ritratto va forse identificato nella figura stessa di Antonio Abate, come farebbe pensare la forte caratterizzazione e l’intensità espressiva del volto.
Una datazione alla fine dell’ottavo decennio del Cinquecento troverebbe quindi conferma anche nella forma accurata e rifinita, comune ad altri dipinti tintorettiani del periodo. E’ significativo, tuttavia, il carattere apertamente sensuale dell’opera, in netto contrasto con i dettami del Concilio di Trento in fatto di immagini religiose, soprattutto se considerata la presenza del committente al Concilio, nel 1562, quale segretario del futuro doge Nicolò da Ponte. Si tratta forse di un segno della consonanza ideologica fra Tintoretto e la generazione dei cosiddetti “uomini nuovi” che, occupando posizioni di prestigio, cercavano di salvaguardare la propria autonomia nei confronti della politica controriformistica.
A prima vista la tela si presentava molto ingiallita e opaca. Il supporto ligneo, sorreggeva discretamente la tela. Tuttavia, dopo un’attenta analisi si è pervenuti alla decisione di sostituire le tele di rifodero: intervento che non ha presentato particolari problematiche. Si è poi proceduto con l’intervento di pulitura della superficie pittorica, finalizzato alla rimozione della patina opaca delle vernici ingiallite. Non si è invece proceduto alla rimozione della ridipintura eseguita sopra il panneggio chiaro del santo poiché, grazie alle analisi a raggi X, è stato possibile constatare la scarsità di materia originale.
Un’attenta stuccatura delle lacune, l’integrazione pittorica e la verniciatura protettiva hanno completato le operazioni di restauro, ottenendo una migliore leggibilità dei valori cromatici e dei dettagli iconografici, soprattutto gli attributi del santo in primo piano, prima coperti da uno strato scuro che ne impediva l’identificazione.
Redazione Restituzioni
