La lastra, conservata nel Museo Nazionale d’Abruzzo, proviene dalla chiesa di San Pietro a Campovalano di Campli (Teramo) ed è una delle poche testimonianze superstiti dell’arredo scultoreo realizzato in concomitanza ai tanti lavori di ristrutturazione che interessarono la chiesa.
Nel bassorilievo è raffigurato Cristo all’interno di una mandorla affiancato da angeli offerenti; i bordi sono decorati da un motivo a palmette a foglie aguzze, dove si notano variazioni nella foggia delle foglie d’angolo, nel numero di foglie per cespo e nella forma delle basi su cui poggiano.
Il rilievo della cornice è caratterizzato da solchi profondi che creano un chiaroscuro ben evidente. Le parti figurate si staccano nettamente dal fondo, ma i dettagli sono scolpiti all’interno delle sagome con segni di scalpello che intagliano lievemente la superficie. Il lapicida dimostra poca cura nel costruire la figura umana e l’intera composizione risulta squilibrata e asimmetrica: oltre le numerose varianti nella cornice fitomorfa, si può notare come l’angelo a sinistra sia sacrificato in uno spazio ristretto. Lo scultore interpreta in maniera grossolana gli stilemi della nota scuola di scultura che si sviluppò nel cantiere di San Clemente a Casauria, pertanto è ipotizzabile una datazione sul finire del XII secolo. Tra gli studiosi vi sono pareri discordi su quale fosse la funzione del bassorilievo: transenna d’iconostasi o una lastra di ambone, ipotesi quest’ultima avanzata anche in base alla testimonianza di Norberto Rozzi che agli inizi del Novecento ne vedeva ben due in chiesa. L’iconografia rappresentata nel bassorilievo può fornire alcune indicazioni su quale sia stato il suo originale utilizzo. Il soggetto è una variante della Maiestas Domini, mancano, infatti, le figure del tetramorfo. Per stabilire un legame con la liturgia dell’Eucarestia, quest’iconografia di solito si trova raffigurata nei pressi dell’altare: spesso nel catino absidale ma anche nell’arredo liturgico plastico, quale ad esempio il pontile, che aveva anche funzione divisoria tra lo spazio riservato ai fedeli e quello al clero.
La consuetudine di raffigurare animali nei plutei d’iconostasi induce a escludere questa funzione per la lastra di Campovalano. È più probabile che un tempo il bassorilievo si trovasse in alto, quindi o era una lastra semplicemente fissata a parete o poteva far parte di un complesso più monumentale, se non proprio un pontile, un tramezzo.
La lastra si presentava in condizioni non del tutto ottimali, poiché un taglio obliquo la suddivideva in due frammenti, di cui quello sinistro mancante dell’angolo inferiore. A parte questo danno di maggiore entità, sulla superficie lapidea erano presenti piccole lacune e sbeccature, un degrado localizzato soprattutto all’altezza della mano destra e delle gambe del Cristo, un lieve strato di depositi superficiali e una patina di colore giallo. Il restauro realizzato nell’ambito del progetto Restituzioni, tramite un’accurata pulitura, ha consentito innanzitutto di riequilibrare cromaticamente la superficie lapidea, dalle analisi non sono però emerse tracce di policromia. Si è in seguito proceduto al consolidamento strutturale della frattura per restituire compattezza al bassorilievo. Infine si è recuperata la visione d’insieme dell’opera e la sua integrità formale grazie alla reintegrazione dell’angolo inferiore sinistro della lastra; il pezzo mancante è stato realizzato con stampa 3D e riproduce specularmente la parte inferiore dell’angelo ancora presente e il bordo superiore sinistro con il motivo a palmette, limitando al massimo arbitrarie scelte ricostruttive.
