La Trasfigurazione di Giovanni Bellini occupa un posto di assoluto rilievo sia nelle collezioni del Museo di Capodimonte sia nella vasta opera di questo artista longevo e versatile, che attraversa da protagonista nella sua lunga carriera tutte le trasformazioni e i traguardi della pittura italiana alle soglie del Cinquecento. La scena raffigurata è riferita dal racconto evangelico. Cristo sale sul monte assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni e rivela per la prima volta agli apostoli la sua natura divina: il suo aspetto si trasfigura, il volto emana una luce radiosa, le vesti sono di un biancore abbagliante e conversa con i profeti Elia e Mosè che improvvisamente gli appaiono accanto; quindi dall’alto compare una nube dalla quale la voce di Dio padre proclama «Questi è il Figlio mio, l’eletto». Il soggetto era stato trattato da Bellini molti anni prima nella tavola del Museo Correr di Venezia, databile intorno al 1460, una delle prime raffigurazioni dell’episodio evangelico, la cui celebrazione era entrata a far parte del calendario liturgico dal 6 agosto 1457 per volontà di papa Callisto III, per ricordare un’importante vittoria contro i Turchi conseguita un anno prima.
La Trasfigurazione Correr era anche una delle prime opere religiose eseguite dal giovane Bellini in autonomia rispetto alla bottega paterna, e la sua atmosfera suggestiva e intensamente spirituale si basava su mezzi ormai arcaici rispetto alla tavola di Capodimonte, in cui si misura la straordinaria evoluzione stilistica e tecnica svolta dal pittore in meno di vent’anni. Con una maestria esecutiva stupefacente, Bellini ha ormai abbandonato la tempera e una certa asprezza che caratterizzava l’incantevole composizione intrisa di suggestioni mantegnesche della paletta veneziana, e affronta lo stesso tema con tutta la levità e la verosimiglianza che la trasparenza del medium oleoso gli consente. Le osservazioni e le indagini scientifiche realizzate in occasione del restauro nell’ambito di Restituzioni hanno messo in evidenza numerose nuove acquisizioni rispetto agli studi precedenti, chiarendo alcuni aspetti di centrale importanza in merito allo stato di conservazione dell’opera e all’autografia di alcune stesure, che in passato era stata messa in dubbio. Sono da considerarsi originali e coeve alla realizzazione del dipinto le fronde dell’albero sulla destra della composizione e la figuretta di colore bruno che dialoga con un’altra figura con il turbante bianco sullo sfondo, la cui assenza dall’immagine radiografica va ricondotta alla scarsa radiopacità dei materiali costitutivi. Si evidenziano invece con chiarezza le ridipinture ottocentesche che interessano il volto dell’apostolo Pietro e parzialmente quello di Giacomo, già correttamente individuate e non rimosse nel restauro del 1959-1960. Si rilevano inoltre alcune lacune, la più importante delle quali occupa l’area immediatamente adiacente la mano destra del Cristo, dove appaiono ricostruite in un restauro le estremità delle dita. L’esame riflettografico ha reso visibile nella sua interezza il disegno preparatorio, caratterizzato da un fine tratteggio che predispone il chiaroscuro dei volti, dei panneggi e dei principali dettagli. Gli strati di colore, distesi con precisione a coprire il disegno che ha già stabilito tutto o quasi della composizione studiatissima, nelle parti in luce sono sottili e impalpabili, esaltando la luminosità degli strati preparatori chiari che traspaiono attraverso le stesure soprammesse. Molto più densi e corposi appaiono al confronto i colori scuri, stesi con più materia e con un abbondante apporto di legante, dove il ductus delle pennellate crea un sensibile rilievo che risalta nell’osservazione a luce radente.
Pochissime e destinate alla revisione di dettagli le modifiche apportate da Bellini durante l’esecuzione. Estremamente significativa quella introdotta nello sguardo dei due profeti, inizialmente disegnati con gli occhi aperti e rivolti al Cristo, in attivo dialogo, sono stati successivamente dipinti con le palpebre abbassate, in assorta meditazione, a segnare un momento di sospensione e silenzio che circonda l’even116 to sovrannaturale.
