La scultura, una variante del tipo statuario della Nike di Paionios, è tra le opere più significative del
Museo Archeologico dell’Antica Capua. L’esemplare capuano, colto nell’atto di discendere dall’alto, si confronta con una serie di note immagini della dea, ampiamente riprodotte in età ellenistica
e romana ed è da inquadrare cronologicamente, per la lavorazione delle pieghe e la qualità del marmo,
tra la fine del I e gli inizi II secolo d.C.
La Nike, in marmo proconnesio, è di dimensioni superiori al vero (altezza di circa 2 m) e, con l’aggiunta
della testa, avrebbe raggiunto circa 2,30 m di altezza.
La scultura rappresenta una giovane donna stante, resa di prospetto; il peso del corpo posa sulla gamba
sinistra avanzata, mentre la destra è leggermente arretrata e flessa.
Al movimento degli arti inferiori corrisponde un leggero avanzamento della spalla destra rispetto a
quella di sinistra, che genera una leggera torsione del corpo.
Il braccio destro doveva essere portato in avanti, plausibilmente sostenuto dal puntello di cui resta la
traccia sul risvolto laterale destro della veste, a sostenere uno dei suoi canonici attributi quali bende,
rami di palma, trofei e insegne militari. L’arto superiore sinistro, di cui resta quasi la metà del braccio,
e che appare leggermente discostato dal fianco, era tenuto più in alto e verosimilmente doveva recare la
corona d’alloro, simbolo della vittoria.
La statua raffigura la dea in discesa dal volo mentre appoggia i piedi nudi, di cui solo uno è parzialmente conservato, su una base, anch’essa lacunosa, che plausibilmente doveva rappresentare una roccia o la
sommità di una rupe. La giovane fanciulla indossa un lungo e leggero chitone
con kolpos allacciato ai lati dello scollo circolare e modellato da pieghe disposte a “V” che separano
i seni. Il corpetto è fasciato appena sotto il petto da una sottile e stretta fettuccia che, bloccata al centro
da un heraklesknoten, forma un apoptygma che le copre il ventre.
Il chitone si apre dalla vita in giù e scende fluidamente. Il movimento del morbido e sottile panneggio
esalta la plasticità delle forme, restituendo una raffinatezza esecutiva che denuncia la qualità artistica
dell’opera che si rivela notevole, sebbene accademica e poco coloristica. Il chitone, per effetto del
vento contrario, nell’aderire perfettamente alle gambe della figura, appare leggerissimo, quasi inconsistente,
facendo risaltare l’anatomia degli arti inferiori. Al contrario, le lunghe pieghe che discendono tra le gambe e ai lati di esse, rendono più pesante il tessuto e più ricco il panneggio che si schiaccia sulla
parte anteriore del busto in minute pieghe e va gonfiandosi, a causa del vento, dietro il corpo, al di sotto
delle ali, di cui purtroppo resta solo l’attaccatura.
Dalla lettura della parte posteriore è possibile osservare le aree di innesto delle grandi ali che danno
origine a un profondo solco lungo l’intera superficie dorsale, lasciando così percepire il fluido movimento
dell’apertura alare.
La Nike, personificazione della vittoria e del trionfo, nella genealogia dei Titani di Esiodo è figlia di Pallante
e di Stige, insieme a Zelo, Crato e Bia. La dea alata è strettamente legata a Zeus ma più particolarmente a
sua figlia Atena, di cui è compagna di giochi. La «veloce messaggera», «portatrice della Vittoria», la «divinità dai molti nomi», viene inoltre appellata come augusta, aurea; è «gloriosa» in Sofocle, «famosa» in Simonide, «dispensatrice di dolcezze» in Bacchilide e caratterizzata nella sua fisionomia dai riccioli
neri e come colei «dai bei malleoli» da Esiodo. Dall’analisi di diversi elementi, quali la datazione,
il tipo di marmo e le dimensioni, si ipotizza che la Nike, venerata perlopiù quale dea della vittoria sia
in guerra sia in gare atletiche, era parte dell’apparato decorativo dell’Anfiteatro Campano.