L’arazzo proviene dal castello di Pavone Canavese presso Ivrea e fu acquisito dallo Stato nel 1974 dagli eredi di Alfredo d’Andrade, esercitando il diritto di prelazione in sede di esportazione (decreto ministeriale 19/6/1974). Il panno raffigura l’ingresso degli animali nell’arca alla presenza del patriarca Noè e della moglie, visibili a destra in primo piano. I tre figli della coppia, Sem, Cam e Jafet, raccolgono frutta in sacchi sulla sinistra; sullo sfondo coppie di elefanti, giraffe, dromedari ed altri animali salgono nell’arca per sfuggire all’imminente diluvio universale. Sullo sfondo, la scena si conclude con un paesaggio collinare punteggiato da filari di alberi e un cielo percorso da uccelli in volo. Al centro delle due bordure verticali, entro un medaglione sono raffigurate due storie di Ercole (a sinistra Ercole con la clava e la pelle del leone nemeo, a destra Ercole apre le fauci del leone). Nei lati inferiore e superiore figure di sirene, animali fantastici e putti alati impreziosiscono ulteriormente il panno, mentre lungo l’intera bordura dell’arazzo sono disposti mascheroni, teste di grifoni, volute con grandi foglie rigogliose di acanto, culminanti nei quattro angoli con riserve entro le quali compaiono teste di animali, fra cui un leone e un cinghiale. In basso a sinistra è visibile il monogramma della manifattura (due ‘B’ che racchiudono uno scudo, a indicare Bruxelles – Brabante), mentre quelli degli arazzieri compaiono sul lato destro verticale (in alto quello di Jan Raes, in basso quello di Catherine van den Eynde).
L’arazzo risale al 1605-1615 e fu tessuto nell’atelier brussellese di Jan Raes e Catherine van den Eynde,vedova di Jacob Geubels. Il panno costituisce un’importante replica tratta da una celebre serie cinquecentesca sulle Storie della Genesi, conservata al Castello di Wawel a Cracovia e fa parte delle prime copie realizzate a Bruxelles nel XVII secolo. L’editio princeps polacca (in origine composta da diciannove panni, di cui otto sopravvissuti) fu, infatti, ripresa in numerose serie successive in virtù della prestigiosa committenza legata a Sigismondo II Augusto re di Polonia (1520- 1572). Le Storie della Genesi, ordinate nel 1548-1549 e tessute da Pieter van Aelst il Giovane, Jan van Tieghem, Jan e Willem de Kempeneer, furono esposte per la prima volta al Castello Wawel nel 1553 in occasione delle nozze del re con Caterina d’Asburgo. Da allora, la serie conobbe un successo straordinario, in parte paragonabile a quello degli Atti degli Apostoli tessuti su cartoni di Raffaello, con copie ordinate, fra gli altri, da Filippo II di Spagna e Margherita di Parma, ora conservate a Madrid e Cracovia. L’ideatore della fortunata serie fu Michiel Coxcie di Malines (1499-1592). Dal 1922, infatti, a lui furono attribuiti i cartoni preparatori, poi andati perduti. Al Palazzo Reale di Madrid ne rimane un esemplare per l’Ingresso degli animali, ciò nonostante la diversa impostazione della scena non consente di avvicinare tale cartone all’arazzo in esame. Probabilmente il panno torinese, ispirato al racconto biblico (Gen. 7, 1-9), per somiglianze nella bordura va confrontato con due arazzi registrati nel 1878 in collezione privata romana (Ringraziamento di Noè, Costruzione della torre di Babele): tuttavia, al momento non è ancora possibile ricomporne l’intera serie. L’interesse dell’opera, recuperata in occasione del restauro eseguito nell’ambito di Restituzioni, risiede anzitutto nell’elevata qualità artistica. Il panno fu tessuto all’inizio del Seicento nella città capitale dell’arazzeria europea, ovvero Bruxelles. Nel 1517, papa Leone X Medici si rivolse, come noto, proprio ad arazzieri brussellesi (Pieter van Aelst) per gli Atti degli Apostoli, destinati alla parte inferiore della Cappella Sistina. I dieci cartoni per la Sistina, disegnati da Raffaello, costituirono uno dei testi figurativi su cui gli artisti del Cinquecento più si confrontarono; nella primavera del 1520, Tommaso Vincidor, allievo di Raffaello, giunse a Bruxelles recando con sé schizzi e prove grafiche per nuovi arazzi, sempre destinati ai palazzi pontifici e, nel 1524, arrivarono anche i disegni – ancora della cerchia raffaellesca – per i panni della cosiddetta Scuola Nuova per la Sala del Concistoro in Vaticano. Il rapporto fra Bruxelles e le novità raffaellesche fu, pertanto, saldo e duraturo: Michiel Coxcie ne era consapevole e, non a caso, lavorò a lungo in quella città. Tratta dai suoi cartoni, la Serie di Noè rimanda, quindi, alla cultura raffaellesca poiché, al pari di molti pittori fiamminghi e olandesi, anche Coxcie si formò a Roma sull’esempio di Jan Gossaert detto Mabuse che lasciò Anversa già nel 1508. Per l’arazzo della Galleria Sabauda, è già stata notata nella figura di Noè la ripresa del celebre Apollo del Belvedere, mentre nella posa delle mani della moglie di Noè parrebbe ritrovarsi anche il ricordo di una Venus pudica classica, qui rielaborata e trasformata in soggetto cristiano. Accanto alle opere antiche, il pittore approfondì i grandi maestri italiani, in primis Michelangelo e Raffaello; nell’arazzo esposto, peraltro, Noè ricorda la monumentalità del Mosè michelangiolesco (Roma, basilica di San Pietro in Vincoli), ma Coxcie considerò con attenzione soprattutto le opere di Sanzio e della sua bottega romana, facendone propria la solennità e la forza. Nel gruppo dei figli di Noè a sinistra del panno, è evidente, a tale proposito, la ripresa dalla Battaglia di Ostia (Vaticano, Stanza dell’Incendio di Borgo). L’arazzo qui presentato costituisce, quindi, un’opera di grande interesse, in cui emerge tutta la suggestione del Rinascimento italiano su un artista nordico capace di rielaborare e sintetizzare scultura classica e pittura fiamminga e italiana.
