Da identificarsi con uno dei quattro studioli commissionati da Francesco Maria II della Rovere, l’inginocchiatoio, frutto del riassemblaggio più tardo di uno di essi, fu trasferito a Firenze, ancora come tale, con i beni facenti parte dell’eredità di Vittoria della Rovere, andata in sposa al granduca di Toscana, Ferdinando II de’ Medici. Ritroviamo le sue tracce in una nota del documento datato 1667, rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Firenze (Depositeria Generale, parte antica, 1563, f. 35), che racconta come due degli studioli provenienti dall’eredità roveresca fossero consegnati «A Sua Altezza Serenissima [Vittoria della Rovere] in Camera per farne un inginocchiatoio e una base per la fonte d’Argento». L’arredo conserva ancora oggi i segni delle operazioni di riutilizzo dei pezzi, leggibili attraverso le sottili linee di sutura tra i moduli decorativi o il tamponamento dei fori dei pomelli. La struttura compositiva è semplice, sobria, senza particolari moduli architettonici; i profili lineari delimitano i campi dove trovano alloggio i pannelli intarsiati, recuperati dal più antico studiolo. Trasformati, per divenire porzioni di rivestimento dei lati dell’inginocchiatoio, alcuni dei 29 cassetti, parti dell’originario assetto, mentre i rimanenti, seppure modificati, hanno mantenuto la loro primaria funzione. Rimaste intatte le specchiature del fronte, dei lati, del gradino e del piano superiore di appoggio con la sola sostituzione per quest’ultimo, nella parte centrale, dello stemma dei Della Rovere con quello della casata toscana, legata al nuovo stato della granduchessa. La manomissione ha, tuttavia, risparmiato un dettaglio basilare per le vicende attributive, visibile al di sotto dell’ovato che delimita il nuovo blasone: la figura delvello di pecora, il Toson d’oro, simbolo dell’omonimo ordine cavalleresco, onorificenza conferita a Francesco Maria II della Rovere da Filippo II di Spagna, nel 1585. Il collare dell’ordine a cui è appeso il Toson costituisce parte integrante dello stemma del Duca, ne circonda lo scudo con l’Arme del casato. Questo dato conferma l’esistenza dell’araldica roveresca sul manufatto e la committenza del duca. Il mobile dalla raffinata bellezza si apparenta per tecnica e iconografia con gli altri due pezzi rintracciati sul mercato antiquario: lo splendido stipo, oggi presso la Galleria Nazionale delle Marche, e il suo tavolo di appoggio, in collezione privata. L’impronta che li contraddistingue è quel rincorrersi dei rami di quercia ricchi di foglie e ghiande, la cui tridimensionalità è suggerita dal finissimo tratteggio inciso sull’avorio, «dove il vigore naturalistico convive con il rigore geometrico della disposizione». Rami di quercia, chiaramente allusivi all’Arme dei Della Rovere, il tutto esaltato dalla cromia giocata su due soli colori, il bianco e il nero, gusto dominante anche nell’abbigliamento in uso alla corte di Spagna da dove proviene la nuova moda di arredi intarsiati. Al passo con i tempi, Francesco Maria fu il promotore delle cosiddette «officinelle dette botteghini», laboratori d’arte ospitati all’interno dei sotterranei del Palazzo Ducale di Pesaro volti a riunire artisti, italiani e stranieri dediti alla produzione di oggetti di pregio, di tendenza, in ambito locale. In questo contesto nasce tra gli anni 1596 e 1599, il nostro arredo, ascrivibile all’ambito della bottega di Mastro Giorgio Tedesco. Mancano riferimenti per l’ebanista fiorentino, a cui si deve l’attuale assetto del mobile, sicuramente attivo presso le botteghe granducali.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
