Il Codice, uno dei più antichi entrato in Ambrosiana grazie a Federico Borromeo, viene registrato per la prima volta negli inventari del 1661 e 1681 con un sommario elenco che annoverava la presenza, in origine, di una serie di disegni di mano dei più importanti artisti del Cinquecento. Nei secoli il Codice dovette subire molti rimaneggiamenti, ma soprattutto fin dal Seicento, si procedette via via all’asportazione di disegni più rappresentativi per essere collocati altrove, più spesso per essere esposti in Galleria. Queste asportazioni si sono susseguite fino in tempi non lontani per ragioni espositive e allo stato attuale il Codice conserva incollati 76 disegni. Di qui la necessità del restauro attuato nell’ambito di Restituzioni che non solo ha operato relativamente a una sistemazione codicologica e conservativa del Codice, ma ha anche permesso di mettere in luce significativi disegni redatti sul verso dei fogli e di permetterne ora la loro fruibilità. Si tratta, in particolare, di importanti nuclei ascrivibili ad alcuni degli artisti più significativi che operarono a Milano nella seconda metà del Cinquecento, uno dei quali rappresentato quasi esclusivamente all’interno di questo Codice. Si tratta in questo caso di Annibale Fontana, medaglista, intagliatore di cristallo e soprattutto scultore del quale il Codice annovera una ventina di disegni. Tra questi spicca l’invenzione per una fiasca di cristallo (n. 74) che ha rivelato, sul verso, una scritta in cui vengono esaltate le qualità dell’artista, in particolare quale «scultore eccellentissimo». Non pochi disegni del Codice sono relativi a questa sua attività che si svolge esclusivamente nell’ambito di Santa Maria presso San Celso a Milano, e il restauro, tra gli altri, ha consentito la riunificazione di un foglio con due disegni per la statua di San Giovanni evangelista (nn. 37, 71), oltre a un progetto per un rilievo per la facciata con l’Adorazione dei pastori (n. 30).
Particolarmente significative sono le novità emerse a proposito di due disegni di Pellegrino Tibaldi. Il primo (n. 14), finora attribuito ad Ambrogio Figino, si è rivelato un progetto, non realizzato, per la serie di affreschi per la Sala Regia in Vaticano, con una prima versione conservata all’Albertina di Vienna, sulla base di riscontri, per via di omogeneità, con la serie di disegni di Francesco Salviati realizzati per la stessa destinazione e commissionati da Pio IV, zio di Carlo Borromeo. Una lettera di quest’ultimo del 1564 conferma come Tibaldi fino a poco prima fosse operativo in quella Sala. Come ha confermato il restauro, i numerosi frammenti con disegni di figure applicati sul foglio hanno consentito di rivelare l’accuratezza da parte di Tibaldi usata per puntuale definizione di ogni singola figura. L’altro disegno (n. 78) mostra invece un primo progetto per il tabernacolo che Pio IV aveva donato nel 1561 per destinarlo al Duomo di Milano. Il restauro ha consentito di scoprire uno schizzo redatto sul verso con il suggerimento di quella che sarebbe diventata la sistemazione definitiva degli angeli che sorreggono il tabernacolo, registrando un modello di Tibaldi per la sistemazione all’interno di un ciborio conservato nella Raccolta Bianconi della Biblioteca Trivulziana. Anche riguardo ad Ambrogio Figino il Codice conserva molti disegni, quasi tutti riconducibili al primo periodo. Le novità emerse sul verso di alcuni studi risultano singolari per invenzione, come quello di una Testa quasi grottesca (n. 59); o di due studi di Volto femminile (n. 62). Un altro caso, che ha sul recto uno studio per il dipinto della Madonna della serpe (n. 40), ha rivelato sul verso una composizione, sicuramente di altra mano e più antica, con una singolare Scena classica celebrativa. Di un altro artista attivo anche a Milano in quegli anni, Carlo Urbino da Crema, il Codice conserva un foglio importante di argomento allegorico che, con lo stacco, ha rivelato sul verso un rapido schizzo e uno studio di Figura femminile, confermando la sua grande capacità di esprimersi nelle più diverse formule disegnative.
Di alcuni disegni non è stato possibile formulare precise indicazioni riguardo alla paternità. È il caso di uno studio per un San Giovanni Battista (n. 33) forse di area padano-veneta che ha lasciato emergere, sul verso, un sintetico schizzo della figura; o la serie di studi per un Gesù Bambino dormiente (n. 10), interessante per la puntuale resa naturalistica che sembra richiamare i Carracci se non fosse per alcuni riflessi anche veneti, meglio visibili nello schizzo sul verso scoperto ora.
Purtroppo il disegno della scuola di Baccio Bandinelli con la Flagellazione di Cristo (n. 45), copia dell’originale conservato a Oxford, Ashmolean Museum, dato l’intenso impiego dell’inchiostro metallo- gallico, per cautela, giustamente, non lo si è voluto staccare dalla pagina per consentire la lettura del lungo scritto sul verso: si è potuto solo intuire che si tratta di una lettera destinata a un personaggio di un certo rilievo. Un caso analogo, ma qui per opportunità di intervento, lo si è avuto con un disegno di anonimo che riproduce la Prudenza affrescata sulla lunetta nella Stanza della Segnatura in Vaticano con le tre Virtù Cardinali. Una lettura a luce trasmessa ha rivelato sul verso un minuto e singolare studio di profilo della Testa di leone con le fauci spalancate e la criniera al vento.
Il Codice si chiude con una serie di sei disegni prospettici relativi alla misurazione a diverse distanze di diversi edifici realizzati ad acquerello a varie tinte di mano di Giovan Battista Clarici, il verosimile compilatore di questa raccolta di disegni nel volume. Originario di Urbino, si era trasferito a Milano nel 1570 dove avrebbe ricoperto il ruolo di ingegnere e cartografo. Lo stacco di due di quei disegni ha messo in luce altrettanti studi geometrici di prospettiva relativi a una di quelle composizioni. Tutta questa serie di disegni offre in particolare una preziosa testimonianza della produzione grafica a Milano del secondo Cinquecento, con fogli che Clarici aveva forse potuto ottenere anche direttamente dagli stessi artisti che di certo aveva frequentato o incrociato in città.
