La tela, firmata «Sablet Roma 1789», appartenuta alla collezione parigina e poi romana del cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone Bonaparte, occupa un posto di rilievo nella vicenda di questo singolare artista di origini elvetiche, il cui percorso culturale è alquanto complesso. Questo dipinto risale agli ultimi anni romani del pittore (che risiede in Italia quasi diciotto anni, dal 1776), quando l’artista aveva ormai abbandonato il genere storico. Il soggetto, da inquadrare nell’ambito della scena di genere a contenuto morale, affronta con una formulazione nuova il tema dell’infanzia, divenuto di grande attualità nell’Europa del tardo Settecento. La rappresentazione ritrae un gruppo familiare di più generazioni, riunito intorno a un modesto tavolo ricoperto da un drappo preziosamente decorato, mentre contempla i primi passi di un bambino. Viene qui evocato quel momento cruciale in cui si compie il distacco del figlio dalla madre, una sorta di rito di passaggio dalle profonde implicazioni simboliche, che segna come l’ingresso dell’individuo nella società. Sostenuto dal gesto amorevole della madre, di cui risalta il bel profilo antico, il bambino, raffigurato nella sua nuda purezza, si dirige verso l’uomo maturo che, tendendogli la mano, rappresenta ciò che egli sarà un giorno. L’intera scena, che assume i caratteri dell’allegoria, pare attraversata dalle note penetranti e acute del mandolino nelle mani del giovane che sta davanti alla finestra. Il tutto ambientato entro una possente architettura dai riferimenti classici, in cui una sorta di finestra si apre sul paesaggio dalle linee sinisinuose. Nell’inquadratura ravvicinata, le figure ritratte a mezzo busto e a grandezza naturale mostrano lo studio minuzioso delle fisionomie del popolo romano. Come in un idillio campestre, nella scena dominano i sentimenti spontanei, quali Jean-Jacques Rousseau li aveva descritti nell’Émile (1762), il celebre scritto pedagogico che aveva rivoluzionato l’ideale educativo dell’infanzia, riportandolo alle leggi «secondo natura». Su questa tela, Sablet pare aver trasferito i precetti d’ispirazione russoviana, proiettandoli idealmente in un modello di società arcaica in cui il popolo romano vive secondo ritmi antichi e immutabili nel suburbio della capitale, in piena armonia con la natura. L’opera si caratterizza per un nitore luminoso e quella finezza di tocco tipica del bien peint della pittura fiamminga, di cui Sablet mostra di conoscere a fondo le potenzialità: dalla resa concreta degli oggetti (il libro sul tavolo o il mandolino) alle astuzie del trompe-l’oeil, evidenti nelle pieghe che increspano il tessuto sul tavolo. Nel 1961 il dipinto era entrato nelle collezioni comunali di Forlì come opera di «autore ignoto» e si presentava soffocato dallo strato di vernici alterate tanto da nascondere la firma, in seguito rintracciata a sinistra, sull’architettura. Questa densa patina stesa su tutta la superficie aveva reso necessario un primo intervento di pulitura nel 2002, inteso inoltre a fissare vari sollevamenti e cadute di colore, in parte provocati dallo sfilacciamento della tela sul lato sinistro. Un foro al centro risultava già precedentemente stuccato e riparato con una toppa sul verso. In tempi più recenti si sono evidenziati altri marcati sollevamenti del colore (in corrispondenza dell’architettura e della testa femminile a sinistra), che sono stati fissati con il restauro realizzato nell’ambito di Restituzioni. Inoltre, quest’ultimo intervento si è concentrato sull’eliminazione della patina ancora residua in alcune zone, specie nella parte del cielo, responsabile di una certa difformità cromatica, e sulla rimozione dei ritocchi pittorici alterati. L’opera di Sablet, tra le rare conservate nelle collezioni pubbliche italiane, ritrova un equilibrio cromatico d’insieme e la vivacità delle sue tinte squillanti; se ne può meglio apprezzare la qualità della luce e la nitida materia pittorica di chiara ascendenza fiamminga che costituiscono la cifra stilistica di questo affascinante pittore.
Restituzioni 2018. Guida alla mostra
a cura di Carlo Bertelli, Giorgio Bonsanti, Venezia 2018 (guida cartacea)
