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    Torna a Galatina. Affreschi in Santa Caterina. 1992

    Galatina. Affreschi in Santa Caterina

    Data: XV e XVII secolo
    Tecnica/Materiale: Affresco
    Collocazione: Galatina, Basilica di Santa Caterina, navata sinistra e Cappellone del Presepe
    Edizione: Galatina. Affreschi in Santa Caterina. 1992
    Restauro: TECNIRECO, Roma
    Ente di Tutela: Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici della Puglia

    Caterina trae il suo nome da catha, che vuoi dire «universo», e mina, «rovina», come a significare «rovina universale». Con lei infatti ogni edificio del diavolo cadde in rovina. In lei cadde l’edificio della superbia attraverso l’umiltà che ebbe, quello della concupiscenza carnale attraverso la verginità che conservò, quello dei desideri umani, poiché disprezzò ogni umano desiderio. Oppure Caterina suona come catenula «catenella»: infatti con le sue buone opere aveva fatto come una catena, attraverso la quale salì al ciclo. Quella scala o catena ha quattro gradi, che sono l’innocenza delle proprie opere, la castità del cuore, il disprezzo per le cose vane e la parola di verità, che il profeta dispone per ordine dicendo: «Chi potrà salire al monte del Signore?», ecc. (Ps 23,3-4), e risponde: «L’innocente di mani e il puro di cuore, e chi non volge l’anima sua a vanità e non giura con frode a danno del prossimo suo». Come questi quattro gradi si trovassero in santa Caterina, risulta chiaro dalla sua leggenda. (Iacopo da Varagine, Legenda Aurea)

    Scheda breve

    La committenza dell’imponente complesso francescano e della decorazione pittorica della chiesa di Santa Caterina di Galatina è tradizionalmente riferita ai principi di Taranto Raimondello del Balzo Orsini e sua moglie Maria d’Enghien, il figlio Giovanni Antonio e la moglie di questi Anna Colonna, come documentano i motivi araldici che decorano pilastri e volte.
    La facciata tripartita traduce con eleganza gotica il consueto repertorio del romanico pugliese: tre portali a tutto sesto ornati con intagli in pietra leccese, le esili arcatelle lungo le cornici, il rosone, il protiro che include il portale maggiore con l’architrave figurato, gli archivolti.
    Il rosone centrale e quattro oculi riflettono la inconsueta ripartizione dello spazio interno in cinque navate.
    Due stretti deambulatori separano la navata centrale – divisa in quattro campate voltate a crociera con costoloni – dalle laterali voltate a botte ogivale. La quarta campata, sopraelevata, corrisponde al presbiterio, cui segue il coro a pianta ottagonale, con volta costolonata. La chiesa accoglie tre monumenti sepolcrali: il cenotafio di Raimondello, a sinistra dell’altare maggiore, dove  il principe è raffigurato due volte, in abito francescano composto sul letto di morte e inginocchiato sul sarcofago a mani giunte; il cenotafio di Giovanni Antonio, nel coro, in cui il principe vi appare vestito del saio e disteso sul letto funebre; il cenotafio di Maria d’Enghien nella quinta navata a destra, giunto frammentario, da cui fu ricavato l’altare di San Francesco.

     

     

    Tipico esempio di chiesa francescana in forme tardo-gotiche, i termini cronologici della sua costruzione si possono fissare fra il 1384 (bolla di fondazione di Urbano VI) e il 1391 (data scolpita sull’architrave del portale), fino al tempo di Giovanni Antonio, fautore dell’ampliamento dell’area presbiteriale.
    L’unica data certa, il 1435, come il nome dell’unico frescante autografo, il maestro F. de Arecio, che compaiono sul “tableau” raffigurante S. Antonio Abate, nell’ambulacro destro.
    Riguardo alla definizione della cultura dei frescanti, il polivalente linguaggio pittorico dei cicli denuncia chiaramente la compresenza di numerose e non omogenee maestranze di scuola napoletana, toscana, emiliano-marchigiana, umbro-laziale.
    Tutto ciò permette di individuare nel ciclo più vasto e importante della Puglia del ‘400, il centro di irradiazione della cultura occidentalizzante di portata europea, di cui furono fautori i del Balzo Orsini.
    La decorazione che riveste interamente i muri d’ambito della chiesa si sviluppa, campata per campata, in ordine rotatorio dalla parete sinistra a quella destra, con cicli unitari organizzati in più registri orizzontali. Rappresentano in sintesi: l’Apocalisse, nella controfacciata e nella prima campata (nelle vele corrispondenti, raffigurazioni simboliche connesse alle scene sottostanti); la Genesi, nella seconda campata (nelle vele corrispondenti, la Chiesa e i Sacramenti); il Nuovo Testamento, nella terza campata (nelle vele, Angeli Musicanti); la vita e il martirio di S. Caterina, nelle pareti del presbiterio a fianco dell’altare (nelle vele i Dottori della Chiesa); nelle navate laterali e nei sottoarchi, raffigurazioni varie di soggetto sacro e singole figure di Santi.

     

     

    Alla fine degli anni Sessanta fu necessario un pronto intervento sugli intonaci decorati, prima del risanamento del monumento. Dopo di che si provvide alla eliminazione delle cause del maggior degrado (umidità per infiltrazione dal tetto e per capillarità dal suolo), risanando le coperture e provvedendo al taglio Massari e all’isolamento delle murature dal suolo (finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno).
    I lavori di restauro veri e propri, iniziati nel 1971 col finanziamento del Ministero per i Beni Culturali, interessarono la volta della navata centrale, per poi proseguire verso il basso e nelle navate laterali.
    Fu necessario, in alcune zone, procedere allo stacco di alcuni strati che furono poi rimontati su pannelli, allo stesso modo furono recuperate alcune sinopie. Nel corso degli anni, sempre col finanziamento del Ministero Beni Culturali, si è proceduto con il restauro nelle varie navate seriamente danneggiate dal precario grado di adesione dei vari strati preparatori.
    Gli ultimi affreschi quattrocenteschi ancora da restaurare ed in parte da scoprire, erano quelli della navata di sinistra e le decorazioni secentesche della cappella dedicata a S. Francesco, nella navata destra.
    Un ulteriore finanziamento nel 1992, questa volta del Banco Ambrosiano Veneto – oggi confluito in Intesa Sanpaolo -, ha permesso il restauro in queste ultime zone. Molto interessante, in questo ultimo lotto di lavori, è stata la scoperta nella navata di destra, delle mirabili teste che fanno da cornice ai dipinti del nicchione del Presepe, dei due frammenti con grottesche sulla parete sinistra nella navata sinistra e di due grandi frammenti con Santi che, per la posizione in cui si trovano, fanno dedurre che tutta o in parte la parete sinistra fosse dipinta con un ciclo su due registri.
    Una ulteriore scoperta importante è stato il ritrovamento, nella parte inferiore dell’affresco raffigurante San Berardino (sulla parete destra della navata sinistra), di ben quattro strati di decorazioni dipinte.

     

    Redazione Restituzioni

    Le fasi del restauro

    Durante
    Durante

    Durante il restauro

    Durante il restauro

    Durante il restauro

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    Dopo il restauro, particolare

    Dopo il restauro, particolare

    Dopo il restauro, particolare

    Dopo il restauro, particolare

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