Il frammento ci restituisce buona parte del busto e del braccio sinistro di una statuetta di peplophoros (dal greco, “portatrice del peplo”, veste femminile di tessuto fino ricamato). Il peplo forma sul davanti l’usuale kolpos e apoptygma, sopra cui si nota il mantello, l’hymation, che scende in diagonale sul petto ed è sorretto dal braccio sinistro. Sulla schiena il manto ricade in un ampio e mosso panneggio che si fa verticale in corrispondenza del braccio che lo sorregge. Le dimensioni consentono di ricondurre la statuetta ad un esemplare votivo. Lo schema iconografico invece rinvia ad una celebre statua di culto di Demetra. La fortuna e la popolarità di questa raffigurazione è testimoniata da una serie di copie di cui una proveniente da Gortina (città dell’isola di Creta) e altre di grandezza inferiore al naturale conservate a Vienna e a Venezia. Le peculiarità stilistiche di questa statuetta rinviano alla cultura figurativa attica e ai modelli che si diffusero a partire dal IV secolo a.C., sulla scia delle statue di culto dei santuari di Eleusi e Atene.
Nel sito di rinvenimento del resto sono stati segnalati in passato resti riconducibili a residenze private, di I e II secolo d.C., di grande prestigio, nei cui spazi si può facilmente ipotizzare la presenza di un’opera d’arte greca. Si può dunque ricondurre la presenza di tale statua alle istanze di un collezionismo privato, di gusto eclettico e raffinato. A partire dalla conquista di città profondamente legate alla cultura greca come Taranto (272 a.C.) e Siracusa (212 a.C.), si diffuse, in primo luogo a Roma, la consuetudine di collezionare opere di ispirazione ellenistica. L’ambiente in cui tale fenomeno ebbe maggiore successo fu naturalmente quello delle classi colte aristocratiche che potevano così esibire, con la ricchezza, anche l’adesione ai modelli culturali ed ideologici dell’ellenismo. Successivamente la ricerca, per fini principalmente decorativi, di opere d’arte greca, e di copie soprattutto, si estese alle province raggiungendo anche Altino, già nel corso del I secolo a.C.
Le superfici della statua evidenziano profondi segni di abrasione e di scheggiatura, dovuti probabilmente a precedenti tentativi di restauro. Il colore giallo-bruno che caratterizzava la parte anteriore era legato alla presenza di depositi e incrostazioni di terra. Spesse incrostazioni di colore grigio, con presenza di materiale di aspetto vetroso con buona trasparenza, interessavano invece le superfici posteriori, in seguito probabilmente ad un antico trattamento delle superfici stesse. L’intervento di restauro ha innanzituto provveduto a rimuovere i depositi superficiali stratificatisi, sia con sollecitazioni meccaniche sia con impacchi, bisturi e strumento a ultrasuoni. Lo strato vetroso giallo ocra della parte posteriore è stato esposto, ma non è stato possibile eseguire analisi chimico-petrografiche al fine di definirne la natura. Sono seguiti infine lavaggi e impacchi su tutta la superficie del frammento, protetta e lucidata con cera microcristallina disciolta in solvente.
Redazione Restituzioni
