I due drappi di seta appartengono al gruppo di tessuti estratti a seguito della «scoperchiatura dell’urna marmorea nella chiesa di San Giuliano in Rimini» (Processo verbale del 4 giugno 1910, Archivio Storico, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini) che secondo la leggenda religiosa conteneva le spoglie del martire istriano Giuliano. Il sarcofago, trasportato miracolosamente dal mare sul litorale di Rimini al tempo di Ottone I (961-973), venne in seguito collocato nella chiesa del monastero dei Santi Pietro e Paolo poi intitolata al santo, dove tuttora è conservato nella parte terminale dell’abside. Il sacello nel corso delle ristrutturazioni della chiesa, venne spostato e fu oggetto di più ricognizioni. In quella del 1584 si fa esplicita menzione di un tessuto che avvolgeva la reliquia, la cui descrizione corrisponde a uno tra i tanti frammenti rinvenuti ed estratti dalla tomba nel giugno 1910.
Per interessamento di Corrado Ricci questi frammenti di stoffe di varie epoche e fibre tessili (lino, seta e lana) fecero così il loro ingresso nel Museo Nazionale di Ravenna, dove vennero ad arricchire il patrimonio altomedieovale della collezione.
Dal punto di vista specialistico i tessuti restaurati nell’ambito di Restituzioni appartengono alla tipologia denominata sciamito – dal greco hexamitos – per la particolare struttura e intreccio di solito a sei fili. Prodotti originariamente nell’area geografica mediorientale (Siria, Iran, Bisanzio) si diffusero in area mediterranea sotto forma di dono imperiale a principi, alti dignitari o membri del clero per essere poi utilizzati nelle vesti liturgiche oppure per avvolgere le reliquie.
Lo sciamito di dimensioni minori, che si trovava ripiegato sotto il capo del santo, caratterizzato da leoni andanti, presenta un disegno complesso organizzato secondo uno schema ripetuto una volta e mezzo.
Leoni andanti contrapposti sono racchiusi entro grandi cerchi (rotae o roundels) disposti su due file sovrapposte e tangenti attraverso orbicoli, simili alle rosette dei tessuti sassanidi. Al di sotto di ogni leone è collocata una piccola pianta a tre petali, probabile ricordo dell’hom o albero della vita. I cerchi sono limitati da un’alta cornice bordata di perle e riempita con elementi circolari a colori alternati. Gli spazi interstiziali sono occupati da stelle a otto punte mentre fiori quadripetali occupano l’interno degli orbicoli nei punti di tangenza delle rotae. Questi motivi di valore decorativo più che simbolico sono frequentemente usati anche in ambito plastico e pittorico. Le figure dei leoni rappresentati di profilo conservano un’intatta potenza e maestosità, seppure i colori oggi poco intensi rendano più sintetica una raffigurazione originariamente sontuosa. Fin dall’antichità la raffigurazione del leone è stata simbolo di virtù forti e vitali, in particolare nella cultura cristiana conserva la funzione apotropaica e solare, mantenendo le connotazioni relative alla regalità e al potere, tanto da comparire nelle preziose porpore bizantine.
Lo sciamito più grande con decorazioni più minute, che avvolgeva il corpo del santo, appare di consistenza più leggera e meno compatta rispetto al precedente e ripropone elementi tipici della tessitura bizantina come bande ornate orizzontali e parallele, decorate a orbicoli che incorniciano figure di uccelli-grifoni affrontati a coppie. Il motivo del grifone è analogamente a quello del leone un simbolo iconografico molto diffuso nelle culture antiche, dove rappresenta la fusione tra elementi archetipali diversi, ed è tramite tra il mondo terreno e l’ultraterreno. In ambito cristiano anch’esso può assumere la connotazione cristologica perché come uccello-grifone unisce corpo leonino e testa di uccello, esprimendo la regalità e la forza nel corpo di leone e la resurrezione nella raffigurazione dell’aquila. Sin dai tempi antichi l’iconografia del grifone è ricorrente negli ambiti funerari con valenza apotropaica nel mondo pagano e con una valenza più escatologica in ambito cristiano. Per quanto concerne la datazione dei due drappi, la maggior parte degli studiosi propende per assegnarne l’esecuzione a manifatture bizantine tra il IX e l’XI secolo sulla base delle caratteristiche esecutive e di confronti stilistici con l’esiguo numero di tessuti altomedioevali a rotae giunti sino a noi. In particolare, i raffronti maggiormente utili alla ricerca, seppure parziali, sono quelli riguardanti il drappo con i leoni, che trova eco in due doni serici imperiali: dal punto di vista iconografico con lo sciamito a fondo porpora conservato nel Museo Diocesano di Colonia, databile tra il 976 e il 1025, e per la raffinata impostazione con lo sciamito con elefanti entro rotae, proveniente dalla tomba di Carlo Magno ad Aquisgrana e ritenuto dono di Ottone III. Si può quindi presumere che la tessitura di questo telo sia avvenuta in una manifattura bizantina tra X e XI secolo. In anni più recenti per il telo con i grifi è stata avanzata l’ipotesi di un’esecuzione in ambito italiano (Venezia?), su influenza artistica bizantina e una datazione più avanzata agli inizi del XIII secolo, coerente con una delle aperture e invenzioni delle reliquie di San Giuliano avvenuta presumibilmente tra il 1229 e il 1234.
Al momento dell’acquisizione i tessuti si trovavano, come immaginabile, in uno stato di conservazione precario e, molti di questi, ridotti a frammenti. Vennero sottoposti a restauro nel 1914 e nel 1995. L’esposizione permanente era già stata interrotta alla fine degli anni Settanta e dopo l’ultimo restauro le stoffe non vennero più esposte, ma conservate in deposito.
