I quattro affreschi esposti in mostra fanno parte del nucleo di venticinque frammenti strappati, per incarico del locale Istituto di Belle Arti, da Giuseppe Steffanoni tra il 1884 e il 1885 all’interno della soppressa chiesa di San Marco a Vercelli: in quegli anni, l’edificio, eretto a partire dalla fine del XIII secolo e concluso intorno al 1450, stava infatti per essere trasformato in mercato civico.
Il lacerto con Sant’Agostino costruisce un monastero o Monaci muratori, il più noto della serie, dopo essere stato riferito a un pittore locale, è spostato all’ambito lombardo. Un più circostanziato riferimento a Gian Giacomo ha permesso di ribadire l’identità di mano tra lo stacco in questione e gli altri episodi, aggiungendo una frammentaria Santa monaca (Chiara?) già nell’ex convento della Visitazione e oggi al Borgogna. Nel corso delle campagne di restauro in San Marco (2011-2012) si è potuto recuperare, sulla volta della terza cappella destra, buona parte del ciclo dedicato alle Storie di sant’Agostino che inizia con le scene dell’infanzia e della giovinezza proseguendo sulla parete; anche i sottarchi erano decorati con figure di Santi e beati agostiniani; sopravvive in situ l’impronta di quattro, strappate anch’esse dagli Steffanoni e poi passate al museo insieme con gli altri frammenti. Il riferimento a Gian Giacomo da Lodi che si fonda sul confronto con la sua opera più nota e sicura – le Storie di san Bernardino nella chiesa dei francescani della città natale (1477) – non poteva così trovare una più ampia e persuasiva dimostrazione: coincidono i tipi facciali, il modo di costruire le scene all’interno di colorate scatole architettoniche e, infine, l’attenzione nei confronti dei dettagli narrativi. L’oscillazione tra le seduzioni tardogotiche e le novità rinascimentali consiglia per gli affreschi una datazione precoce, probabilmente entro la prima metà degli anni settanta, quando l’artista è in stretto contatto con i più importanti pittori attivi per la corte sforzesca: l’indicazione cronologica è pienamente confermata dall’allineamento sul modello foppesco della cappella Portinari e, per quanto riguarda le scenografie architettoniche negli sfondi, sul cantiere filaretiano dell’Ospedale Maggiore.
