I due manufatti presentano un disegno articolato in grandi ogive formate da foglie di quercia e ghiande, separate da una composizione vegetale verticale. Nelle ogive si colloca un fiore di cardo dalla sommità fiorita, circondato da foglie e da una doppia cornice vegetale. Il modulo decorativo non è completo, ma è comunque possibile ricostruire il suo andamento complessivo. Sull’intera altezza pezza i comparti ogivali si ripetevano due volte, speculari rispetto all’asse centrale della composizione vegetale verticale. Lo stesso motivo verticale doveva proseguire sopra e sotto la parte superstite del tessuto, generando un’ulteriore forma ogivale di dimensioni maggiori, a sua volta abitata da pattern vegetali, dei quali sono visibili le cime fiorite di due pigne.
Questa soluzione, dal marcato impianto orizzontale e tipica dei velluti italiani del XV secolo, corrisponde al cosiddetto disegno e relativo montaggio del telaio del ‘cammino’, descritti nell’anonimo Trattato dell’Arte della Seta redatto a Firenze nel Quattrocento. I due teli del Bargello mostrano un’evoluzione in direzione monumentale della tipologia, che fa propendere per una loro datazione avanzata. Quelle che nella prima parte del secolo erano semplici cornici lineari pentalobate a contenimento delle pigne e dei fiori di cardo sono infatti diventate lussureggianti corone vegetali. Anche i motivi fitomorfi si sono fatti carnosi e sovrabbondanti, invadendo tutte le superfici e sovrapponendosi gli uni con gli altri. Infine il rapporto tra le superfici coperte dal pelo tridimensionale del velluto e quelle piane è ormai completamente invertito rispetto alle soluzioni quattrocentesche classiche. Gli effetti del pelo cremisi sono qui ridotti alla sola definizione dei profili dei pattern, fatto salvo per la cornice a fiori dentellati e pochi altri dettagli. Tale cambiamento tecnico non comportava una svalutazione dei manufatti, anzi, li rendeva ancor più costosi, dal momento che l’intera pezza è rivestita ininterrottamente dalla trama lanciata in filato metallico, aumentando vertiginosamente la complessità della tessitura. Inoltre durante il restauro, realizzato nell’ambito di Restituzioni, sono emersi ulteriori dettagli della lavorazione che davvero permettono di considerare i due teli come un concentrato di tutti i più sofisticati espedienti tecnico-ornamentali dell’epoca, conseguibili solo nelle manifatture più affermate. Le aree del disegno definite dal pelo tagliato, sebbene di piccole dimensioni, constano infatti di due diverse altezze, realizzabili solo con l’impiego di ferri di forma diversa. In funzione del decoro variano anche gli effetti bouclé ottenuti da uno dei due fili metallici della trama lanciata, ossia quei piccoli riccioli d’oro rilevati dal fondo. Un ultimo elemento di complessità per i manufatti del Bargello riguarda infine la loro altezza da cimosa a cimosa, corrispondente alle dimensioni del telaio. In generale i velluti operati erano di 1 braccio, perché ciò permetteva al tessitore di inserire e sfilare i ferri con movimenti naturali. Velluti di 2 braccia (e le misure dei teli del Bargello fanno chiaramente propendere per questa altezza pezza) erano comunque realizzati, seppur più raramente per l’ovvio aggravio di lavoro che essi comportavano. In questo caso la loro destinazione era quasi esclusivamente rivolta all’arredo e alle tappezzerie, un uso confermato nei manufatti Franchetti dalla tipologia del grande decoro ad andamento orizzontale, la cui lettura ottimale si poteva avere solo su grandi superfici piane. Durante il restauro è stata inoltre segnalata la presenza di fori sui bordi delle stoffe, probabilmente lasciati da chiodi, segno che a un certo punto della loro vita i manufatti furono molto probabilmente appesi o fissati su un supporto rigido.
