I due frammenti presentano un disegno a maglia continua di ogive, contenenti coppie di mezze palmette con al centro un trifoglio lanceolato. Tutti gli elementi vegetali, altamente stilizzati e combinati secondo semplici principi di simmetria, concorrono a creare un armonioso effetto decorativo, giocato sui vividi accostamenti cromatici delle vaste campiture di colore puro.
Dati tecnici e stilistici, come il fondo raso del lampasso, l’assenza di filati metallici sostituiti dalla seta gialla, l’acceso cromatismo e l’impianto compositivo a ogive e motivi vegetali stilizzati, permettono di collocare questo tessuto nella stagione finale della dinastia nasride, l’ultimo regno islamico di Spagna caduto per mano cristiana nel 1492, o, tutt’al più, negli anni immediatamente successivi, quando le manifatture islamiche di Granada erano ancora attive al servizio dei nuovi sovrani cattolici.
Durante l’epoca nasride si consolidò nelle diverse produzioni suntuarie un principio estetico unitario e coerente, fortemente improntato alla funzione decorativa delle diverse produzioni d’arte (ceramiche, stucchi, intagli lignei e tessili) applicate allo spazio architettonico. Tratti essenziali del nuovo gusto furono l’impiego di un ridotto numero di semplici forme astratte, la loro ripetizione ad infinitum in composizioni sempre diverse e l’uso complementare di pochi colori in tonalità squillanti (il rosso, il blu, il bianco, il giallo e il verde). Questi principi si ritrovano anche nelle produzioni tessili granadine del XIV e del XV secolo. Se nel Trecento si può riscontrare una coincidenza formale e cromatica anche puntuale con i rivestimenti architettonici a formelle geometriche dei palazzi nasridi come l’Alhambra, nel corso del Quattrocento l’inserimento nel repertorio tessile spagnolo di nuovi pattern vegetali, forse sulla scia delle stoffe medio-orientali a maglia di ogive e dei velluti con melagrane italiani, non rinnega né il trattamento sintetico ed essenziale delle forme, né i colori astratti e forti della tradizione anteriore. Rispetto ad altri manufatti spagnoli coevi più vicini alle richieste della committenza cristiana, come il gruppo di lampassi nasridi o mudejar con palmette, leoncini e talvolta scudi araldici, il tessuto del Bargello sembra meno toccato dalle contaminazioni stilistiche delle sete islamiche con le produzioni tessili italiane. Tuttavia, le somiglianze tecniche con questo gruppo sono tali che non si può escludere che nelle stesse date e dagli stessi telai provenissero sia l’una che l’altra soluzione ornamentale, entrambe destinate tanto a una clientela musulmana quanto cristiana. Le condizioni frammentarie del reperto del Bargello non permettono di ricostruire l’originaria destinazione d’uso del manufatto. Prima dell’intervento conservativo – realizzato nell’ambito di Restituzioni – i due frammenti erano giuntati arbitrariamente, senza tener conto dell’orientamento degli orditi e delle trame, andando invece a costituire una sorta di quadretto rettangolare. Tale soluzione è da ascrivere alla situazione del mercato antiquariale e del collezionismo tessile ottocenteschi, quando i manufatti originari venivano smembrati per essere venduti a più acquirenti. I frammenti potevano essere successivamente ricomposti in forme regolari dagli stessi collezionisti per costituire delle serie omogenee e il più possibile complete di moduli decorativi e tecniche tessili del passato. In questo genere di collezioni era spesso prestata scarsa attenzione alla provenienza, alla destinazione d’uso e alla foggia primitiva degli oggetti da cui tali reperti erano stati estrapolati,privandoli così, purtroppo, del loro contesto storico. Avendo le indagini dimostrato come tale assemblaggio non fosse pertinente alla confezione originaria del tessuto e, anzi, andasse a incidere sul suo stato conservativo, è stato quindi deciso di separare i due frammenti in sede di restauro.
