Il disegno dei manufatti è articolato per bande orizzontali popolate da motivi animali e vegetali, alternate a cornici separatorie in oro con medaglioni recanti pseudo-iscrizioni nashki, quadrupedi e motivi floreali. Nelle bande maggiori si susseguono grandi palmette composite a bocciolo di loto, alle quali sono incatenati leopardi. Negli interspazi si collocano boccioli di loto, coppie di cani accucciati, uccelli fantastici con tralcio fiorito nel becco.
I manufatti del Bargello rientrano nelle produzioni seriche di lusso italiane del XIV secolo e la loro struttura tecnica sembra richiamarsi alla tipologia dei ‘baldachini’ realizzati a Lucca. Un dato esecutivo di particolare interesse, perché probabile indice di una fase sperimentale nella tessitura, è emerso nel restauro – realizzato nell’ambito di Restituzioni – durante il rilevamento delle zone deteriorate. I reperti si presentavano in un generale stato di degrado ed è stato evidenziato come molte aree di cedimenti e rotture dei filati corrispondessero ai punti dove i colpi della trama metallica broccata si andavano a inserire tra le trame di fondo seriche, ad esempio lungo i profili delle coppie di cani.
Questo processo di vero e proprio deterioramento meccanico si è prodotto per il contrasto e lo sfregamento tra i fili di seta estremamente sottili della trama di fondo e il filato metallico più grosso, che proprio alla fine delle aree broccate aumentava di spessore, in quanto rigirato nello stesso punto e fermato sul retro. La combinazione dei due materiali, l’uno leggero e mirante a effetti di estrema mobilità del tessuto, e l’altro, finalizzato ad arricchire gli effetti cromatici della stoffa, ma troppo pesante, era dunque destinata a fallire. Non è forse un caso, quindi, se in altre realizzazioni dell’epoca si tenda invece a evitare questa soluzione, bilanciando differentemente i titoli dei fili e gli intrecci di fondo e dell’opera, anche a scapito di una semplificazione delle armature con una riduzione nel numero delle trame supplementari coinvolte.
I due reperti Carrand rappresentano un esempio tipico delle realizzazioni italiane ispirate alle produzioni asiatiche (i cosiddetti ‘panni tartarici’) giunte in Europa dalla seconda metà del Duecento. Di fronte al successo di queste stoffe presso il pubblico europeo, le nascenti industrie della seta italiane si appropriarono dei modelli orientali per rispondere alle richieste del mercato, imitandoli dapprima fedelmente e, successivamente, mescolando soluzioni di diversa provenienza in realizzazioni via via più originali, in cui gli stimoli esotici dialogavano sempre più liberamente con le suggestioni della cultura figurativa gotica trecentesca.
Nei tessuti del Bargello la composizione complessiva del modulo per bande orizzontali è di origine medio-orientale e islamica, come pure lo sono le grandi palmette a bocciolo, gli animali di profilo inclusi nei medaglioni e, naturalmente, l’uso delle iscrizioni pseudo-arabe in funzione ornamentale. Ciò nonostante il marcato geometrismo astratto dei tessuti rigati islamici è trasfigurato in una direzione più narrativa di matrice squisitamente italiana, attraverso l’unificazione dello spazio delle bande maggiori e la concatenazione dei singoli elementi del pattern in composizioni più vaste e quasi aneddotiche. Dal repertorio tessile estremo-orientale derivano invece i volatili, che nell’esemplare italiano riprendono pedissequamente il modello del mitico feng huang, la fenice cinese nota in Europa attraverso i coevi ‘panni tartarici’. Per quanto riguarda i quadrupedi delle bande maggiori, se è vero che essi discendono in ultima istanza dagli animali delle steppe mongole, il loro processo di occidentalizzazione, da una parte, e di adeguamento al contesto gotico, dall’altra, è quasi completamente ultimato: i cani in oro hanno ormai l’aspetto di teneri cuccioli domestici, mentre i leopardi sono incatenati e con tanto di collare, rimandandoci alle attività venatorie del mondo cortese europeo.
