L’opera, proveniente dall’altare maggiore della chiesa di San Daniele di Venezia (edificato intorno al 1663), è stata eseguita a Roma, si ritiene su commissione di Foscarina Diedo. Giunge a Venezia ad altare ultimato, come si può desumere da locali adattamenti, decurtazioni e aggiunte di tela, rese necessarie per l’inserimento del dipinto nell’edicola. La pala è eseguita su di un unica grande pezzatura di tela e dipinta con tecnica pittorica rapidissima e con frequenti ripensamenti in corso d’opera, resi visibili (alcuni anche a occhio nudo) a seguito di puliture aggressive del passato o attraverso le riflettografie fatte in occasione del progetto Restituzioni. L’elegante cromatismo è intonato su colori freddi, dalla tavolozza sono espunti quelli più caldi e squillanti (i rossi, i gialli); un timbro basso e cupo, che domina la metà inferiore, si va rialzando, procedendo verso la metà superiore, fino alla sommità dove la visione sovrannaturale si espande in una luce dorata.
Della composizione esistono più disegni sia di mano del maestro (Angelo che indica l’Eterno, Cambridge, Massachusetts, Harvard Art Museums – Fogg Museum) che copie (Daniele, Parigi, Musée du Louvre, Cabinet des dessins; l’intera composizione, Londra, Victoria and Albert Museum). L’apprezzamento dell’immagine, descritta per la prima volta da Marco Boschini nel 1664, è testimonianta dall’esistenza di due incisioni e di più copie pittoriche. La più antica incisione, in controparte, spetta a Pietro Santi Bartoli mentre la successiva, di Agostino Della Via, viene pubblicata da Domenico Lovisa (1709 circa). Venendo alle versioni pittoriche, esse sono conservate presso l’University Art Museum di Princeton, il Museo Diocesano di Ancona e nella chiesa dei Cappuccini di Quarto. Due interventi di restauro precedono l’odierno, realizzato nell’ambito di Restituzioni: il primo, eseguito in vista dell’esposizione del dipinto alle Gallerie, spetta ad Antonio Florian (1831 circa) e vede il mutamento del formato da centinato in rettangolare; il successivo è di Giuseppe Arrigoni (1955). Il restauro attuale ha visto uno straordinario recupero nell’apprezzamento delle qualità artistiche dell’opera; l’accurata pulitura ha permesso di reintegrare l’elegante cromatismo e il corretto equilibrio nei rapporti tra campiture, restituendo profondità alla scena. L’opera, dopo molti anni, verrà a breve reinserita nel percorso di visita delle Gallerie dell’Accademia, nel nuovo allestimento delle sale terrene.
