La chiesa di Santa Margherita, costruita negli ultimi anni del XIII secolo dagli abitanti di Forcella di Preturo, è nota anche come chiesa del Gesù, perché alla fine del Cinquecento fu ceduta ai gesuiti che, dopo una lunga e laboriosa fase progettuale, la riedificarono a partire dal 1636 sullo schema del Gesù di Roma. Ubicata in un’intima esedra nel cuore della città, si presenta con una facciata rimasta incompiuta, molto caratteristica, mentre all’interno ospita importanti testimonianze pittoriche del cortonesco Lorenzo Berrettini, di Gerolamo Cenatiempo, seguace di Luca Giordano, e del veneto Vincenzo Damini. L’ampiezza del ciclo decorativo, che, nello spirito della poetica berniniana sulla sincrona collaborazione delle arti figurative, coinvolge le pitture murali, i dipinti su tela, gli stucchi e i marmi con un effetto di grande godibilità ottica, propone ai fedeli una vasta serie di soggetti, derivati dal Vecchio e dal Nuovo Testamento e dalla ormai più che millenaria tradizione iconografica cristiana, spesso basata anche su testi non canonici come i Vangeli apocrifi. La seconda cappella a destra, sede di un significativo lacerto di affresco di Madonna con il Bambino, opera eletta di Saturnino Gatti, custodisce in un prezioso mausoleo i resti di sant’Equizio, comprotettore della città dell’Aquila, qui trasferiti nel 1785 dalla chiesa di San Lorenzo di Pizzoli, gravemente danneggiata dal terremoto del 1703. La navata sinistra si apre con il monumentale crocifisso ligneo in oggetto: citato nella guida della chiesa curata da padre Trani nel 1966, che lo vorrebbe secentesco, e nella guida d’Abruzzo del Touring Club Italiano, che lo dice addirittura settecentesco, è stato posto nella giusta rilevanza da Ferdinando Bologna (1996), che lo data agli ultimi decenni del XV secolo e ne rimarca «la fisionomia così energicamente verrocchiesca, da renderlo paragonabile al Crocifisso dipinto dal Verrocchio stesso al centro della straordinaria Crocifissione di Argiano, purtroppo rubata e non ancora ritrovata». Lo studioso evidenzia indubbie assonanze compositive tra la tormentata orografia del perizoma del Cristo e «la grande accademia di pieghe con cui ricade il manto della Madonna del Verrocchio al Bargello». L’opera, attribuita a Giovanni di Biasuccio, importante scultore aquilano del secondo Quattrocento, che nel 1471 locò per cinque anni una bottega con il grande Silvestro dell’Aquila, si colloca appunto nell’ambito di quella fortunata e fervida temperie che animava la città sullo scorcio del XV secolo con una volontà di aggiornamento sulle novità introdotte da quell’ineguagliabile crogiuolo di cultura che era stata la bottega del Verrocchio, di cui fu interprete appassionato in Abruzzo Saturnino Gatti. Di qui l’intenzione di proporre in mostra uno stimolante confronto, nello stesso arco temporale, tra la veemenza espressiva di questo crocifisso e la compatta, ieratica monumentalità di quello di San Silvestro.
Restaurato nel 1995, è stato gravemente danneggiato dal sisma, per cui si è resa di nuovo necessaria una lunga e attenta opera di restauro. L’intervento, realizzato nell’ambito di Restituzioni, ha dato risultati notevoli, permettendo il recupero totale dell’incarnato originario e riportando in luce il vigoroso intaglio nei suoi accenti più schietti.
