La chiesa di San Silvestro, una delle più prestigiose della città dell’Aquila, fu creata dai filiani del piccolo castello di Collebrincioni nel XIV secolo. Sovente rimaneggiata a seguito dei terremoti, ebbe anche una facies barocca, che un radicale restauro, avvenuto tra il 1967 e il 1969, ha eliminato riguadagnando l’integrità della struttura medioevale, nonché l’altissimo valore e l’importanza storica degli splendidi brani pittorici riscoperti.
Particolarmente significativi gli affreschi del primo decennio del Quattrocento che tappezzano la tribuna dell’aula, con autorità grandiosa, espandendosi sull’azzurro dei cieli stellati dal catino absidale alla volta carenata che copre lo spazio centrale del presbiterio.
In fondo alla navata sinistra è la sontuosa cappella della famiglia Branconio, che ospitò la bella tela della Visitazione, dipinta da Raffaello per il suo sodale Marino Branconio, predata legalmente nel 1655 e oggi esposta al Museo del Prado. La profonda arcata di un’altra cappella di fine Cinquecento, nata dal riutilizzo di un antico torrione lì addossato, accoglie una complessa macchina d’altare, impreziosita da un rilevante autografo di Baccio Ciarpi, datato 1617, raffigurante Il Battesimo di Costantino. Fra i tanti tesori, il famoso gruppo scultoreo ligneo trecentesco di Madonna con Bambino, ora al Museo Nazionale d’Abruzzo, dagli spiegati accenti francesizzanti e un monumentale crocifisso, «di color bruno con perizoma dorato, realistico di espressione, arcaico di forme, specie nel petto e nel panno che gli cinge i fianchi», come lo illustra Mario Chini (1954), attribuendone la paternità a Giorgio arciprete di Sant’Anza, che avrebbe eseguito l’opera sullo scorcio del Quattrocento, quando era ormai vecchio e prossimo alla morte. Lo studioso toscano è l’unico che, pur lamentando la penuria di dati documentali, ha tentato di tracciare un profilo dell’attività del prete artista, al contempo pittore e scultore, basandosi essenzialmente sui manoscritti di Anton Ludovico Antinori e di Emilio Mariani. Sappiamo dunque che il 28 dicembre 1498 detto Crocifisso fu posto sull’altare del Corpo di Cristo avanti alla sagrestia, dove lo vide Chini agli inizi del Novecento con l’aggiunta di una «tardiva Maddalena in gesso, piangente ai piedi della croce» e, a seguire, Mariarosa Gabbrielli, che nella scheda redatta per l’Inventario degli oggetti d’arte d’Italia: Provincia di Aquila del 1934, lo dice ubicato all’interno di una nicchia coperta da un vetro opaco e ne rileva la netta dicotomia stilistica fra lo stilizzato perizoma e l’accentuato naturalismo del volto. Essendo nel frattempo scomparsa la reinterpretazione spaziale barocca dell’aula, il Crocifisso ha perso la collocazione originale, tanto che Ferdinando Bologna (2014), per ipotizzare una similarità con il Crocifisso di Santa Margherita, anch’esso in mostra, ritiene di doverlo evocare attraverso le scritture che ne discorrono. Negli archivi della Soprintendenza non risultano interventi conservativi eseguiti sul bene in esame, per cui il restauro svolto in occasione di Restituzioni è stato finalizzato da una parte al recupero dell’opera nella sua primaria istanza di leggibilità formale ed estetica, dall’altra a un approfondimento degli aspetti tecnici, utili a fare luce su un prototipo di difficile inquadramento critico e cronologico.
