Descritto dalle guide antiche di Napoli come una «miracolosa tavola [… con il] Redentore in Croce […] che parlò [… a] S. Tommaso, dicendogli “bene scripsisti de me Thoma, quam ergo mercedem accipies?” e dal Santo risposto gli fu: “non aliam Domine, nisi te ipsum”», è citato da Bernardo De Dominici (1742) come opera del Duecento, mentre Vincenzo Maria Perrotta (1828) e Raffaele Maria Valle (1854) ricordano che, «molto annerito dal tempo […] era posto nell’antica chiesa di S. Michele Arcangelo a Morfisa, [… nella] cappella [… di] S. Nicola di Bari. Edificata la chiesa da Carlo II d’Angiò, il quadro fu posto nella nuova cappella di S. Nicola» e nel 1526 nel cappellone del Crocifisso; notizie ripetute da Luigi D’Afflitto, Giovan Battista Chiarini, Gennaro Aspreno Galante e poi Michele Miele (1977), che data i due trasferimenti al 1437 e 1524.
Scarsi gli studi moderni degni di nota, forse per lo stato d’illeggibilità del dipinto documentato dalle foto anteriori al 1929. Pietro Toesca (1927) lo dice precedente al «propagarsi [al Sud] della pittura dell’Italia centrale» e Evelyn Sandberg-Vavalà (1929) lo data a fine XIII secolo.
Nel 1929 la tavola fu restaurata da Stanislao Troiano per conto della Sovrintendenza e poi pubblicata nel 1931 da Sergio Ortolani, che ne notò la «cornice di stucco dorato [… con] bolloni a rilievo» come quella dell’icona amalfitana di Santa Maria de Flumine, oggi a Capodimonte, «la presenza [… dei] due frati domenicani » in basso, «il maturo carattere gotico delle scritte latine […,] e l’errore di trascrizione [… nei] monogrammi greci indicanti la Vergine», attribuendola perciò a «un pittore bizantineggiante, e non già bizantino», campano, attivo prima del 1273 e del citato miracolo di San Tommaso, rientrato a Napoli nel 1272 e morto poi nel 1274. La nota di restauro acclusa riporta che il supporto era in buono stato, ma che lo «slentarsi» delle traverse «semidistrutte dal tarlo » era stato causa di sconnessioni, e che si era tentato di «dare al dipinto una forma rettangolare» con l’aggiunta di «pezzi di tavole». «Vari erano i gonfiamenti […,] gli sfregi e i buchi, […] i vecchi restauri a cera, a gesso e perfino a mastice forte; molte le ridipinture, e [… le] vernici sovrapposte».
Dopo il 1931 qualche studioso (Ottavio Morisani, Edward B. Garrison) ha visto nel quadro componenti toscane, mentre altri (Ferdinando Bologna, Maria Pia Di Dario Guida) hanno preferito ribadirne la matrice locale e i suoi rapporti con la Sicilia, datandolo in genere a fine Duecento. A valle del restauro nell’ambito di Restituzioni, che gli ha restituito leggibilità ed eliminato la falsa doratura del fondo, la matrice orientale e l’origine locale del dipinto risultano palesi. Oltre alle scritte in latino e alla cornice a ‘bolli’, anche le aureole a pastiglia quadrettate tornano in varie icone locali coeve, come il Crocifisso di Sorrento ora a Capodimonte o le Madonne della chiesa delle Vergini a Cosenza, di Pozzano e di Ripalta, inquadrandosi in un fenomeno di scambi culturali che nel XIII secolo collega il Sud Italia a Cipro, Sinai e Terrasanta grazie ad artisti itineranti sulle rotte delle crociate. I confronti con la Santa Maria de Flumine e il mosaico di Giovanni da Procida nel Duomo di Salerno (1260) confortano nel riferire il dipinto a un artista locale e ne esaltano la finezza esecutiva e l’eleganza compositiva, suggerendone una data d’esecuzione nel terzo quarto del XIII secolo. I due domenicani in preghiera saranno forse Tommaso Agni da Lentini, fondatore nel 1231 del convento napoletano e patriarca di Gerusalemme, molto attivo fra la Terrasanta e Napoli e qui rientrato nel 1272, ed eventualmente Tommaso d’Aquino.
